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sabato 22 giugno 2019

La vera storia del famigerato (a sua insaputa) conte Dracula

Chi di noi non ha mai sentito parlare dei vampiri? Dalle dubbie serie cinematografiche zeppe di influenze adolescenziali sullo stile Twilight ai grandi classici di Cristopher Lee, questa inquietante figura riscuote in tutto il mondo una fama di tetro rispetto.
Eppure quanto sappiamo veramente di loro? Come e dove è nata l’idea del predatore notturno che ha bisogno di sangue per mantenere una perenne non-vita? Il folklore è da millenni pieno di riferimenti a queste creature, presenti nei racconti più tenebrosi ai quattro angoli del mondo. Ma la fama moderna del vampiro nasce nell’ottocento, con la letteratura gotica e il fascino per il macabro e il proibito che si sviluppa in tutta Europa.
Bram Stoker, scrittore irlandese, scrive il suo romanzo più fortunato nel 1897, all’apogeo dell’Età Vittoriana, in un epoca dove la rivoluzione industriale e il positivismo scientifico si scontrava con le correnti culturali spiritiste, l’esotismo e il decadentismo. Il libro dedicato a Dracula si basa sulla storia del voivoda di Valacchia Vlad III, vissuto quattrocento anni prima nelle terre al di là del grande fiume Danubio.


La mia ricerca partirà da lui, indagando sull’esistenza terrena (nulla di sovrannaturale, vedrete) di questa figura. È una vicenda del suo tempo, a cui si unisce un curioso effetto “marketing” che andremo a scoprire assieme.
Vlad III era figlio del voivoda di Valacchia, una regione situata tra i monti Carpazi a nord e il Danubio a sud, chiamato a sua volta Vlad (poca fantasia tra la gente dell’epoca, un po’ come l’imperatore romano Costantino con i figli Costanzo, Costantino e Costante). Il termine slavo di “voivoda” indicò, a seconda del periodo, un alto grado militare, un titolo di governatore o nobiliare, come duca o principe. Nel caso di Vlad padre e figlio potremo intenderlo come principe, visto che entrambi tentarono di accentrare i poteri statuali nella loro persona, scontrandosi contro i nobili locali, i boiardi.
Vlad padre era detto anche Vlad Dracul, perché si era affiliato nel 1431 all’Ordine del Drago, un’organizzazione politico-militare fondata dal Sacro Romano Imperatore Sigismondo che univa i grandi signori di Germania, Ungheria e dei Balcani per preservare la fede cristiana contro l’avanzata turca. Da quel momento la famiglia di Vlad prese la denominazione rumena di Drăculești, che divenne il loro cognome e da qui Vlad figlio prese il patronimico di Dracula (figlio di Dracul, in lingua romena).






Scopriremo assieme che l’uomo che diventerà il famigerato Conte Dracula nella morbosa fantasia di Stoker non visse una vita facile e aveva molti motivi per risultare incattivito verso i suoi simili. Ma andiamo con ordine.
Vlad nacque a Sighisoara nel 1431 ed era il secondogenito (il fratello maggiore si chiamava Mircea) di Vald II Dracul. Il padre era il signore della Valacchia, una terra schiacciata tra due grandi potenze come l’Ungheria (a nord) e il nascente Impero Ottomano (a sud) e con una classe nobiliare (i boiardi) arroccata nei suoi privilegi e sempre pronta a ribellarsi al loro signore.
Fu una combinazione di opposizione interna e minaccia esterna a costringere Vlad padre a sottomettersi al sultano Murad, inviando due suoi figli intermedi (Vlad e Radu) come garanzia ad Edirne (l’antica Adrianopoli). Molti signori cristiani dei Balcani avevano subito lo stesso destino, come il despota di Serbia Đurađ Branković, il cui Stato, un tempo fiero e indipendente, era diventato vassallo dei turchi dopo la disastrosa battaglia di Kosovo Polje nel 1389 di cui ho parlato nel mio articolo sulla storia balcanica.
Vlad e il fratello minore crebbero in una cattività dorata, dove vennero educati come dei principi musulmani nell’arte della guerra (cosa che fu molto utile a Vlad in futuro), della logica, della cultura, della lingua e della religione islamica.
La situazione cambiò drasticamente nel 1447, quando Vlad II e il figlio maggiore, Mircea, vennero uccisi durante una rivolta di boiardi, supportati dalla corona ungherese che desiderava impossessarsi della Valacchia per farne un cuscinetto difensivo anti-turco. Mircea venne accecato e sepolto vivo nella città di Târgoviște, come segno di spregio verso la casata dei Drăculești e del loro tentativo di modernizzazione del paese.


A questo punto i turchi decisero di liberare Vlad, figlio più grande sopravvissuto, per farne un vassallo ottomano in vista di una resa dei conti con l’Ungheria, che di sicuro non godeva della simpatia del giovane, visto il ruolo ricoperto nella congiura contro la sua famiglia. In quello stesso anno Vlad III invase il suo paese natio con il sostegno di un esercito turco, ma venne respinto dal nuovo voivoda (espresso dai boiardi ribelli) Vladislav II, appoggiato dalle truppe ungheresi di János Hunyadi.
Dopo questo fallimento Vlad si rifugiò in Moldavia, un altro principato cristiano che temeva l’espansione ungherese e ottomana, situato a nord del Danubio. Dopo alcuni anni passati a combattere e a tessere alleanze tra Moldavia e Transilvania, Vlad si riappacificò con gli ungheresi e si schierò con la causa cristiana contro gli ottomani. Era ormai il 1453 e Costantinopoli, millenaria capitale dell’agonizzante Impero Bizantino, era caduta nelle mani del nuovo sultano Mehmet II Fātiḥ, il Conquistatore. Tutti i signori cristiani decisero di far fronte comune (almeno temporaneamente) contro questa minaccia che si faceva sempre più opprimente.
Nel 1454 Vlad combatté con valore nella battaglia di Szendro, dove gli ungheresi e i loro alleati balcanici respinsero un grande esercito turco. Il successo venne bissato due anni dopo, nella battaglia di Belgrado, cosa che permise di ridimensionare per un po’ la minaccia turca. In seguito allo scontro morì anche la potente e ingombrante figura di Hunyadi, cosa che permise a Vlad di tornare in Valacchia e rimpadronirsi del trono di suo padre.




I boiardi, timorosi della sua vendetta, fuggirono in esilio in Transilvania, dove elessero un voivoda antagonista a Vlad, Dan III, contro cui Dracula dovrà confrontarsi negli anni a venire.
Vlad III aveva finalmente in mano le redini del potere e, grazie alla sua esperienza alla corte turca, aveva una visione molto più ampia e di lungo respiro rispetto al provincialismo valacco. Voleva rendere il suo paese più ricco e forte, capace di giocare un ruolo più indipendente nello scacchiere balcanico. Per questo motivo si affidò a funzionari e uomini di fiducia stranieri o di estrazione borghese (estromettendo la nobiltà dai ruoli di comando), potenziò l’agricoltura e il commercio favorendo i valacchi e creando un esercito fedele a lui solo, con mercenari pagati dal suo tesoro e leve contadine addestrate e motivate a difendere la loro terra dagli invasori.
Questo lo mise in contrasto con i ricchi e potenti mercanti sassoni della Transilvania, che avevano fondato e gestivano come cittadine tedesche sette centri della regione (dette infatti Siebenbürgen, le sette città): Klausenburg, Kronstadt, Hermannstadt, Schässburg, Mediasch, Mühlbach e Bistritz. I tedeschi di Transilvania avevano accolto i boiardi ribelli di Vlad e l’usurpatore Dan, perciò lo scontro divenne presto inevitabile.


Vlad III invase la regione e massacrò i ribelli a Kronstadt (Brasov in lingua rumena), facendo fuggire Dan nel 1459 e uccidendolo l’anno successivo sul campo di Rucăr. È in questo periodo che iniziò a riscuotere la vendetta attesa da almeno un decennio, impalando i boiardi e chi li appoggiava in maniera cruenta e spettacolare. I coloni sassoni della Transilvania divennero via via sempre più ostili al regime di Vlad, anche perché quest’ultimo privilegiava i mercanti valacchi a loro discapito, perciò accolsero e finanziarono la resistenza nobiliare contro il voivoda. Dal 1456 e per tutti gli anni successivi Vlad condusse ogni volta che poteva campagne militari e scorrerie per sottomettere le città sassoni della regione, uccidendo chiunque si ribellasse alla sua autorità.
Forte di questi successi negoziò con il nuovo sovrano di Ungheria, Mattia Corvino, un accordo anti-turco e guadagnando una sposa cugina del re, per cementare un patto che non si basava esattamente sulla reciproca fiducia, ma in una mera convenienza momentanea.
L’accordo giunse appena in tempo, perché il Sultano Mehmet aveva intimato a Vlad di riconoscere l’antico vassallaggio a cui era legato suo padre dopo la sconfitta di Varna nel 1444, richiedendo come tributo 10.000 ducati e 500 giovani che, seguendo la pratica turca della devşirme (letteralmente “la raccolta”), obbligava i vassalli cristiani a fornire reclute per il corpo dei Yeniçeri, la guardia del Sultano.



Vlad decise di schierarsi nettamente nel campo cristiano, facendo uccidere gli ambasciatori di Mehmet e dichiarando guerra alla Sublime Porta. Il sovrano ottomano, furioso, ordinò al bey di Nicopoli, Hamza pasha, di marciare con 1.000 cavalieri nelle terre del voivoda, per costringerlo alla pace o ucciderlo. Vlad sorprese le forze di Hamza in una gola presso Giurgiu, massacrandole per intero e impalando i prigionieri a monito contro futuri attacchi.
Nel 1462 invase lui stesso la Bulgaria, assoggettata da tempo ai turchi, saccheggiando la regione e uccidendo indistintamente soldati ottomani e popolazione convertita, distruggendo campi, villaggi e cittadine, trasformando l’area in una terra di nessuno. Mehmet, pieno d’ira, adunò un enorme esercito di 80.000 uomini tra truppe scelte e irregolari e invase la Valacchia con forze troppo superiori perché il voivoda potesse affrontarlo in campo aperto.
Questi si diede quindi ad estenuanti azioni di guerriglia, con attacchi notturni, incursioni contro i convogli di rifornimenti, terra bruciata del suo stesso territorio per non lasciare basi o risorse agli ottomani, tanto che alla fine Mehmet si trovò costretto a lasciare la Valacchia senza aver spodestato Vlad e, a detta delle cronache del tempo, con la perdita di 15.000 uomini.
Senza una battaglia campale, il voivoda aveva ottenuto una vittoria contro il potente Stato turco, cosa che venne celebrata dal Papa, tra gli Stati italiani (soprattutto Venezia e Genova, che temevano lo strapotere della Sublime Porta, che ostacolava i loro commerci con l’oriente) e l’Ungheria. Perfino i sassoni della Transilvania dovettero, a denti stretti, congratularsi con colui che stava diventando un campione della Cristianità nella lotta contro l’invasore musulmano.


Eppure il successo fu di breve durata. Mehmet preparò una mossa astuta: nominò Radu, fratello minore di Vlad, con cui aveva diviso la prigionia in campo turco anni prima, nuovo voivoda di Valacchia. Radu era un convertito all’Islam, ma aveva dalla sua forze scelte giannizzere con cavalleria e artiglieria, un grande tesoro con cui corrompere ufficiali e nobili, oltre che la promessa di lasciar campo libero ai boiardi nella gestione dei loro affari, con il reintegro completo di tutti i privilegi feudali che Vlad aveva portato loro via con la sua moderna politica accentratrice.
Questa volta Vlad si vide con le spalle al muro, attaccato dall’esterno e dal tradimento interno, con anche i tedeschi di Transilvania contro e abbandonato persino dagli ungheresi (che rimasero sordi alle sue richieste di aiuto militare o economico). Dopo una serie di vittoriose battaglie di retroguardia contro il fratello e i suoi nuovi alleati turchi e boiardi, Vlad perse la sua roccaforte di Poenari e si dovette rifugiare in Ungheria, dove sperava di trovare accoglienza da Mattia Corvino, suo parente per matrimonio.
Eppure quest’ultimo, timoroso che i turchi invadessero il suo regno, preferì incarcerare Vlad con una scusa, togliendolo fuori dai giochi in attesa di tempi migliori. Nel frattempo Radu veniva nominato bey di Valacchia, trasformando il suo paese in una provincia dell’Impero Ottomano.


Per oltre dieci anni Vlad rimase prigioniero di Mattia Corvino, ma venne infine liberato quando i paesi cristiani dei Balcani si misero d’accordo per un’ennesima crociata anti-turca. Vlad, con il suo curriculum di tutto rispetto, venne finanziato a armato per andare a riprendersi il trono, purché giurasse fedeltà all’Ungheria.
La sua campagna, iniziata nel 1476 (l’anno prima era morto suo fratello Radu, creando una crisi di potere in Valacchia), iniziò con la riconquista del principato danubiano e l’inaugurazione di un nuovo ed effimero regno. Le notizie sono confuse, ma entro il 1477 Vlad III era ormai morto, ucciso in battaglia contro i turchi o pugnalato a tradimento da uno dei boiardi che temeva la sua vendetta per l’ennesimo tradimento. Perfino la sua sorte è sconosciuta: secondo alcuni la sua testa e la spada vennero portate a Costantinopoli, come dono a Mehmet II, secondo altri è stato seppellito nel monastero di Comana o in quello di Snagov, dove molti pensano sia ubicata la sua tomba.
Prima chiudere questa prima parte ci tenevo a spiegare come nacque la leggenda nera di quest’uomo, che fu un tipico politico del suo tempo, duro e anche crudele, ma in maniera non dissimile da altre figure storiche famose, che hanno compiuto atti ben peggiori rispetto a lui. Ho trovato l’argomento interessante perché tocca un aspetto che potremmo definire, in chiave moderna, come un’operazione di marketing ben riuscita


Il termine di Vlad Țepeș – l’impalatore – in primis, che gli è stato appiccicato indissolubilmente addosso, gli venne affibbiato postumo, almeno una settantina d’anni dopo la sua morte. Nel lasso di tempo precedente la sua figura, intesa come il voivoda Vlad III Dracula, era stata ampiamente screditata dalla combinazione di tre fattori:
  • Mattia Corvino
  • I sassoni di Transilvania
  • La stampa a caratteri mobili
Mattia Corvino (che forse si sentiva la coscienza sporca per averlo tradito e imprigionato), fece circolare per primo in Ungheria e Germania un pamphlet intitolato Geschichte Dracole Waide (Storia del voivoda Dracula), che divenne perfino un’opera teatrale con il nome di Von ainem wutrich der hies Trakle waida von der Walachei (Storia del folle chiamato Dracula di Valacchia).
Su questa falsariga si inserirono i sassoni della Transilvania, che con le loro petizioni e lamentele al sovrano d’Ungheria, loro signore feudale, dipinsero una figura dai tratti crudeli e sanguinari, sadica e assetata di sangue. I pamphlet e le opere teatrali divennero un vero e proprio best seller, anche grazie alla stampa, che ne permise una rapida diffusione.
La tradizione germanica su Vlad l’Impalatore è composta da un totale di 46 aneddoti. Tutte le narrazioni divergono tra loro ma è chiaro che questa bibliografia sia stata redatta con il chiaro intento di distruggere la credibilità morale e politica del voivoda valacco. La prima versione del testo germanico venne probabilmente redatta da un presunto chierico sassone di Brașov, che si dice testimone delle atrocità perpetrate da Dracula contro i cittadini di Brașov e Sibiu dal 1456 al 1460. La narrazione dei fatti è però adulterata da evidenti esagerazioni. Ciò che colpisce nella letteratura di questo testo è l’assenza di ogni causalità, di ogni legame logico tra i vari episodi. L’unico punto in comune è Vlad, il quale sembra spinto da una rabbia omicida contro il mondo intero, senza alcuna logica né riflessione.


Tra il 1488 ed il 1568 la “Storia del voivoda Dracula” venne ristampato in Germania per tredici volte e sempre nelle tipografie di grandi città imperiali: Norimberga, Augusta, Lubecca, Bamberg, Lipsia, Strasburgo e Amburgo. Dracula divenne così un exemplum: l’incarnazione del male, un tiranno assassino di innocenti. Solo in seguito, quando i turchi sconfissero gli ungheresi, conquistando anche il loro paese e giungendo ad assediare Vienna, la figura di Vlad venne in parte rivista come uno dei tanti difensori della Cristianità, ma ormai il danno era fatto e la sua figura risultava talmente deformata da diventare il soggetto perfetto per la fervida immaginazione gotica di Stoker.
Da questa vicenda possiamo trarre un insegnamento: che spesso la storia, scritta dai vincitori, ci fornisce uno spaccato semplicistico di eventi le cui sfumature sono molto più variegate e che meritano una più attenta riflessione, prima di lasciarci guidare da giudizi troppo facili e moralisti.
L’eccessiva sicurezza, in molti casi, è persino più dannosa dell’eccessiva ignoranza.

Alberto Massaiu


giovedì 20 giugno 2019

sabato 8 giugno 2019

Diabolik Blog: Diabolik: la cover del volumetto speciale agostano...

Diabolik Blog: Diabolik: la cover del volumetto speciale agostano...: Questa è la cover del volumetto speciale a sfondo ironico dal titolo Diabolik Sottosopra  che sarà venduto insieme all'inedito di agos...

Grazie ad una talpa dalla terra affiorano 4000 monete romane



Più di 4000 monete d’epoca romana sono state trovate a Ueken, nel cantone svizzero dell’Argovia. Decisamente curioso il modo in cui i preziosi reperti sono venuti alla luce. A portare allo scoperto il bottino è stata infatti una talpa mentre scavava i cunicoli collegati alla sua tana. Ad accorgersene è stato Alfred Loosli, coltivatore di alberi da frutta, in un giro di perlustrazione del suo terreno.

Immaggine presa dal web


Il ritrovamento delle monete nella tana

Loosli mentre osservava l’interno della tana ha scorto dei piccoli dischi di metallo ossidati, notando poi che vi erano sopra dei rilievi. Osservando meglio quelli che sembravano essere solo dei dischetti di metallo, l’uomo ha infatti notato che vi erano delle teste e delle iscrizioni in rilievo.
Rendendosi conto che poteva trattarsi di qualcosa di molto più prezioso di semplice metallo vecchio, il figlio del signor Loosli, ha deciso di chiamare il servizio archeologico cantonale dell’Argovia, sapendo che li vicino si trovava l’antico insediamento di Vindonissa.
Vindonissa era un campo legionario romano, nei pressi della moderna Windisch, in Svizzera. Un campo di grande importanza strategica per la sua posizione alla confluenza del Reuss e dell’Aar, a soli 15 km dal Reno.
Sul luogo sono quinti giunti due esperti del servizio archeologico cantonale, che hanno lavorati per giorni, recuperando in un’area di pochi metri quadrati, circa 4166 monete, per un peso complessivo di 15 chili. Successivamente i reperti sono stati portati in laboratorio per la pulizia, l’analisi e la catalogazione.


Dopo l’analisi e la pulizia, saranno esposte al museo di Brugg

L’archeologo cantonale dell’Argovia, Georg Matter, ha affermato che si tratta di monete di epoca romana in lega di rame e argento e sono molto ben conservate. Per questo si ritiene che siano state seppellite poco dopo la realizzazione.
Le monete sono state coniate nel periodo tra il 270 ed il 305 d. C., alcune sono addirittura del tutto sconosciute. Alcune monete sono state rinvenute racchiuse in sacchetti di tela o di pelle. Si stima che il loro valore corrisponda al salario maturato in uno o due anni di lavoro.
Il 300 d. C. fu un periodo di instabilità e declino, altri gruzzoli sono stati trovati nascosti sotto terra, sotterrati per nasconderli ai saccheggiatori. Anche questo piccolo tesoro potrebbe quindi essere stato sepolto dal suo proprietario per metterle al sicuro.
Una volta che le analisi e la catalogazione saranno terminate, le monete verranno esposte al Museo Vindonissa di Brugg, dedicato appunto all’omonimo campo legionario.

Fonte:https://focustech.it