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sabato 27 luglio 2019

domenica 21 luglio 2019

La nascita del Cristianesimo ufficiale, Costantino e il suo concilio di Nicea





Di Alberto Massaiu




Il concilio di Nicea è a mio parere l’evento storico che ha avuto, in positivo o in negativo dipende dal proprio personale punto di vista, i maggiori effetti sull’intera umanità negli ultimi diciassette secoli. Forse, e qui azzardo un’ipotesi, se non ci fosse stato Gesù Cristo e la religione da lui ispirata non sarebbero il culto più diffuso ai nostri giorni, e forse neanche l’Islam sarebbe nato nelle sabbie dell’Arabia.
Tutto poteva essere diverso se quella manciata di uomini (poco più di 300) non si fossero incontrati nel 325.
Il concilio, o forse è meglio chiamarlo sinodo (dal greco synodos, da syn “insieme” e odòs “cammino”), puntava a riunire tutti i più importanti esponenti della relativamente nuova religione (aveva meno di tre secoli di vita) per riordinarla e riorganizzarla, visto che ognuno intendeva la figura di Cristo e il suo messaggio in modo differente.

Costantino, imperatore di Roma, era uscito da vent’anni di guerre civili, scatenate quasi tutte da lui per scardinare il sistema tetrarchico (basato sull’idea di Diocleziano di dividere l’impero in quattro parti, con due augusti – imperatori “maggiori” – e due rispettivi cesari – imperatori “minori” ed eredi dei rispettivi augusti) e regnare su tutto il dominio di Roma.
Le sue vittime, per raggiungere il potere assoluto, furono parecchie:
1) Massimiano, ex augusto e collega di Diocleziano per l’Occidente, costretto al suicidio dopo la presa di Massilia nel 310.
2) Massenzio, figlio di Massimiano e augusto d’Occidente (di cui Costantino era, in linea teorica, l’erede, in quanto cesare d’Occidente), sconfitto e ucciso alla battaglia di Ponte Milvio nel 312, resa famosa per il messaggio “In hoc signo vinces”, ovvero “Con questo segno vincerai”;
3) Bassiano, cesare d’Italia e cognato di Costantino, che si era ribellato alla sua autorità tra il 315 e il 316.
4) Aurelio Valerio Valente, cesare di Licinio (collega di Costantino in Oriente, ma anche antagonista per la lotta alla supremazia) che fu giustiziato da quest’ultimo dietro specifica richiesta di Costantino in cambio di una tregua nel 317.
5) Sesto Martiniano, altro cesare di Licinio, giustiziato alla fine del secondo conflitto contro Licinio, nel 324.
6) Licinio, sconfitto e ucciso dopo ben due conflitti tra il 316 e il 324. Licinio, imperatore dell’Oriente, era stato il co-autore del celeberrimo Editto di Milano del 313 (quando lui e Costantino parevano ancora amici, o è meglio dire quando progettavano di allearsi per far fuori un altro rivale, Massimino Daia), che permetteva ai cristiani di professare liberamente la loro religione.
Un particolare inquietante: Costantino, nel 324, aveva promesso a Licinio salva la vita se si fosse arreso senza opporre ulteriore resistenza, ritornando ad essere un privato cittadino. Giusto l’anno dopo, con l’accusa di un fantomatico complotto, Costantino fa impiccare l’ex rivale a Tessalonica.



Mi permetto di aggiungere un ennesimo corollario più adatto alla cronaca nera che alla trattazione storica, ma credo serva a inquadrare bene un potente e controverso personaggio, vero architetto del Concilio di Nicea: negli anni successivi al conseguimento del potere assoluto Costantino continuò a far fuori persone, spesso all’interno della sua famiglia (un vizio che i suoi figli mantennero, sterminandosi a vicenda in congiure e guerre civili fino all’ultimo dei costantinidi, Giuliano l’apostata).
Nel 326 fece uccidere a Pola il figlio primogenito Crispo, figlio di Minervina, per una presunta relazione con Fausta (sua seconda moglie) e Liciniano, figlio della sorella Costanza e di Licinio (eh si, il povero Licinio era anche suo cognato). Quindi fece affogare nel bagno anche la moglie Fausta, forse perché si rese conto che questa aveva ordito un complotto contro Crispo, per avvantaggiare i suoi figli nella linea di successione. Ad ogni modo, un bel CV.
Non ho scritto tutto questo per demonizzare Costantino, che di per sé agì esattamente come facevano i suoi contemporanei, ma solo per evidenziare che questi era tutto tranne che impernato di valori cristiani come la pietà, la tolleranza, la bontà o il perdono, ma agì come un sovrano autocrate e spietato con i suoi nemici, mettendo il potere e la ragion di Stato davanti all’eventuale fede che professava.
“Nel caso di un uomo geniale, al quale l’ambizione e la sete di dominio non concedono un’ora di tregua, non si può parlare di cristianesimo o paganesimo, di religiosità o irreligiosità consapevoli. Un uomo simile è essenzialmente areligioso, e lo sarebbe anche se egli immaginasse di far parte integrante di una comunità religiosa”
Jacob Burckhardt, ne Costantino il Grande e i suoi tempi
Gli storici moderni sono divisi sulla sua effettiva e sincera conversione al cristianesimo. Alcuni dicono che partì con il leggendario sogno del 312, poco prima della battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio. Di questo fatto, avvenuto la notte del 27 ottobre, abbiamo alcune versioni, tutte di autori cristiani.
Lattanzio afferma che la visione ordinò a Costantino di apporre un segno sugli scudi dei propri soldati riferito a Cristo. Nella sua versione questo è descritto come uno staurogramma, una croce latina con la parte superiore cerchiata come una P.


Eusebio, vero e proprio biografo ufficiale dell’imperatore, oltre che suo amico personale, riporta due versioni dell’accaduto. La prima, contenuta nella Storia ecclesiastica, afferma esplicitamente che il dio cristiano abbia aiutato Costantino, ma non menziona nessuna visione. Nella Vita di Costantino, invece, lo stesso autore fornisce una dettagliata descrizione della visione affermando di averla sentita dall’imperatore stesso. Costantino gli disse che stava marciando col suo esercito quando, alzando lo sguardo verso il sole, vide una croce di luce e sotto di essa la frase greca “En touto nika”, che reso nel più famoso motto latino “In hoc signo vinces” si traduce “Con questo segno vincerai“.
Questa apparizione magica, su cui dobbiamo credere sulla parola al solo Costantino (nessun ufficiale o soldato dell’epoca ha segnalato nulla del genere e non potevano essere tutti analfabeti), aveva solo confuso il condottiero, perciò, per buona misura, l’imperatore affermò di aver avuto, quella notte stessa, anche la visita di Gesù Cristo stesso. Visto che il suo messaggio di luce tra le nuvole era risultato poco chiaro, gli disse senza troppi giri di parole di usare il segno della croce contro i suoi nemici. Così venne creato il sacro labarum, lo stendardo usato da Costantino in guerra, recante il segno Chi-Rho.

Ad ogni modo posso sfatare un diffuso falso mito. I cristiani, all’epoca di Costantino, non erano la maggioranza all’interno dell’impero romano. Studi di storici e archeologi come Paul Vayne hanno dimostrato che gli aderenti alla nuova religione non contavano più del 10% della popolazione. In più, a peggiorare le cose, non credevano tutti nelle stesse cose, con risultati spesso confliggenti tra loro.
Eppure il cristianesimo aveva delle potenzialità che il sovrano volle sfruttare come instrumentum regni. Perciò si mise a giocare una partita delicata e pericolosa, cercando di mettere ordine nel caos dogmatico seguito allo sviluppo del messaggio del rabbi ebreo Gesù di Nazareth.
La Chiesa cattolica al tempo era tutto il contrario di tutto, persino del proprio nome (in greco katholikòs vuol dire universale). Già nel 314 Costantino aveva avuto un assaggio dei dissensi teologici dei cristiani, mentre cercava di trovare un accordo con i donatisti, fanatici seguaci del vescovo di Cartagine: Donato. Questi si faceva forte della resistenza (fino alla morte) durante le persecuzioni di Diocleziano, condannando tutti coloro che si erano nascosti e avevano fintamente abiurato Cristo per sopravvivere.
Partendo da questo assioma, tutta la Chiesa era scomparsa a causa della codardia dei traditori tranne che in Africa, rendendo questa corrente una vera e propria spina nel fianco del potere imperiale su di una provincia strategica per qualsiasi imperatore d’occidente. Costantino, dopo il tentato dialogo, decise di far condannare e perseguitare i donatisti (andando contro il suo stesso Editto di Milano dell’anno prima, che garantiva completa libertà di credo religioso), che non si volevano allineare ai suoi progetti di inclusione e risistemazione teologica, linea di condotta seguita da quasi tutti i suoi successori fino alla quasi totale scomparsa della loro corrente sotto l’azione di Sant’Agostino, tra il 395 e il 430.

Dieci anni dopo il sinodo di Arles Costantino decise di affrontare un’altra disputa, quella sollevata dai seguaci di Ario, vescovo di Alessandria. Il tema divisivo riguardava niente poco di meno della stessa origine di Gesù Cristo. Era egli nato dal Padre (quindi della sua stessa natura, eterno) oppure, come affermavano gli ariani, era stato creato dal Padre (quindi di natura finita, individuabile nel dato periodo di tempo in cui era vissuto sulla terra)?
La questione stava spaccando in due il cattolicesimo, con tutto il suo corollario di scontri, ripicche, lamenti e suppliche all’imperatore, che doveva di volta in volta leggere lettere e petizioni oppure concedere udienza ad una e all’altra parte. Perciò Costantino, da sovrano pratico di estrazione militare, decise di convocare la più grande assemblea dei vescovi che si fosse mai vista, per risolvere in un colpo solo tutte le dispute e dare forma ad una religione che potesse entrare nell’intelaiatura istituzionale dell’impero, come era stato fatto per tutte le altre fino ad allora.
Il sovrano per l’occasione fece le cose in grande, invitando a sue spese tutti i vescovi della cristianità nella residenza imperiale di Nicea. In tutto vennero convocati 1.800 prelati, 1.000 circa dall’Oriente e 800 dall’Occidente, ma per ragioni logistiche giunsero nella città solo 300 di loro, per la maggior parte orientali (da ovest presero parte ai lavori solo due delegati del Papa Silvestro, che non si mosse dalla sua sede, i vescovi di Cordova e Cartagine e altri tre, rispettivamente uno italico, uno gallico e uno pannonico).
Costantino aprì il concilio, intervenne nel dibattito e ne determinò l’andamento. Le cose andarono male sia per i seguaci di Ario, sia per quelli di Melezio e anche per i cristiani gnostici, le cui differenti visioni su Gesù Cristo (sia come natura, sia come messaggio) vennero rigettare in toto. Quando gli ariani lesserò il loro credo, giusto per fare un esempio, al loro portavoce venne strappato di mano il foglio e ridotto in mille pezzi prima ancora che avesse finito.

L’obiettivo del sovrano fu quello di porre punti fermi sulle dispute cristologiche e sulla dottrina, sulla scelta dei vangeli da seguire, sulla riorganizzazione di aspetti giurisdizionali e organizzativi in quell’istituzione che nei suoi piani doveva diventare un pilastro dello Stato assieme alle altre religioni dell’impero.
Le decisioni del concilio andavano prese all’unanimità e perciò Costantino, attento alla forma, cacciava dall’aula o espelleva chi si manifestava contrario alle scelte che lui faceva e imponeva ai vescovi tutte le volte che non si mettevano d’accordo tra di loro. Alla fine, con questi metodi spicci e autoritari, i lavori vennero chiusi in appena due mesi, gettando le basi del cristianesimo istituzionale.
Per prima cosa venne approvato il credo o simbolo niceno, che verrà in seguito implementato con il concetto trinitario (Padre, Figlio e Spirito Santo), dal secondo concilio ecumenico di Costantinopoli, solo nel 381. Ecco il testo del credo niceno in italiano:

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente,

creatore di tutte le cose visibili ed invisibili.

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,

unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre.

Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, 

generato, non creato, della stessa sostanza del Padre. 

Per mezzo di lui tutte le cose sono state create, 

per noi uomini e per la nostra salvezza discese,

si è incarnato e si è fatto uomo.

Mori, il terzo giorno è resuscitato, è salito al cielo,

verrà per giudicare i vivi e i morti.

Credo nello Spirito Santo.

Cosa mancava rispetto ad oggi? Vi era già indicato lo Spirito Santo, che era il vento, il respiro o la potenza di Yahweh secondo il termine ebraico ruach, tradotto nel concetto platonico e metafisico del greco pneuma. Questo Spirito Santo non era ancora associato al Padre e al Figlio nella Trinità, cosa che verrà decisa solo sessant’anni dopo. Non era indicata neanche la nascita di Gesù da Maria, probabilmente per non lasciare adito agli ariani che lo reputavano creato dal Padre (quindi successivo a lui e in quanto tale non eterno), cosa che viene rimarcata nel passo “Generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre”. Questa dottrina, detta dell’homooùsios, sanciva che Dio Padre e Gesù Cristo erano della stessa essenza (ousìa in greco), quindi entrambi co-eterni.
È infine assente tutta l’ultima parte, con il concetto del filioque (e procede dal Padre e dal Figlio) che risulta essere ancora oggi nodo di discordia tra cattolici e ortodossi e quello del credere nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica (sempre inserito nel 381).


Messi fuori gioco gli ariani, il simbolo niceno attaccò anche le dottrine gnostiche, che non credevano nell’incarnazione, nella morte e nella resurrezione della carne del Cristo (per loro puro spirito). Perciò venne ribadito il fatto che Gesù si era incarnato, era morto e infine risorto.
In base a queste disposizioni, tutto quello che era stato deciso a Nicea diventava d’ora in poi verità assoluta e di riflesso chi non vi si atteneva era eretico e perseguibile, gettando le basi per secoli di lotte e persecuzioni. La pena per l’eresia era la scomunica, l’esilio e nel caso peggiore (se ci si rifiutava di abiurare le proprie false credenze) la morte.
Infine, a corollario di tutto questo, in quei giorni vennero discusse anche questioni amministrative e gestionali relative all’organizzazione della futura Chiesa istituzionale. Ad esempio il vescovo della capitale della provincia civile divenne superiore agli altri vescovi locali, con il titolo di metropolita, mentre Roma, Alessandria e Gerusalemme (in seguito anche Costantinopoli e Antiochia) avevano dei vescovi con una giurisdizione speciale, superiore ai metropoliti stessi.
Per inserire le festività cristiane nel calendario ufficiale romano, Costantino decise di fissare anche il giorno di festa settimanale, la data del Natale e quella della Pasqua. Anche qui procedette “alla Alessandro Magno”, tagliando nodi gordiani a colpi di diktat imperiali ai padri della Chiesa.
Il sovrano cercò di assimilare le festività più apprezzate e seguite dai romani dell’epoca (lui era anche pontifex maximus, la più alta carica sacerdotale pagana dell’Urbe che il Papa di Roma ha in seguito fatto propria), come il dies solis, il giorno del dio solare orientale Sol Invictus, che divenne il giorno del Signore (dies dominica e infine domenica). Ancora oggi nelle lingue anglosassoni e germaniche la domenica è definita Sunday o Sonnentag (giorno del sole), vetusto relitto dell’antica divinità precristiana.
Anche il concetto di riposo domenicale ha natura sia pagana che costantiniana: fu l’imperatore a decidere che il primo giorno della settimana, ovvero il dies solis, doveva essere dedicato al riposo. Questa qualifica rimase anche quando questo divenne il dies dominica e i cristiani si limitarono a dire che il riposo equivaleva al giorno di culto della loro religione.

Stessa cosa avvenne per la Pasqua, che Costantino decise dovesse essere nettamente separata da quella ebraica, iniziando ad elaborare il concetto di triduo, i tre giorni che culminano con la morte e la resurrezione di Gesù e il Natale, dove attinse nuovamente dal culto del sole.
Il 25 dicembre, infatti, era la festa del Natalis Sol Invictus, che coincideva anche con tutta una serie di celebrazioni pagane ancora più antiche, come i Saturnalia (17-23 dicembre), riti di fertilità di natura agro-pastorale, dedicati a Saturno per propiziare l’avvento di una buona primavera dopo l’inverno. In queste occasioni si scambiavano doni (sic!) e si imbandivano grandi banchetti (secondo sic!). Il fatto era che nessuno sapeva esattamente quando Gesù Cristo fosse nato e ogni gruppo di primi cristiani aveva una sua data, come i basilidiani che celebravano tra il 6 e il 10 gennaio, gli egiziani che individuavano il giorno tra il 19 e il 20 aprile o altri il 28 marzo, in cui si pensava fosse stato creato anche il sole.
Ad ogni modo, per quanto i cristiani facessero proprie queste date per favorire la conversione, riempiendo la loro fede di riferimenti a Cristo come luce del mondo, il salvatore e via dicendo, tutti attributi del Sol Invictus, tale passaggio fu lungo e laborioso, tanto che nel suo sermone di Natale del 460 il Papa Leone si lamentava così: “È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei”.
Ma la Chiesa aveva il tempo, la struttura e le risorse per pazientare, sacrificando le forme per far passare la conversione. Uno dei successori di Leone, Papa Gregorio Magno, suggeriva ai suoi missionari che convertivano i popoli germanici o celtici di includere nel culto dei santi locali tutti gli elementi pagani più seguiti, modificando le storie dei martiri per farle coincidere con quelle delle divinità campestri.
Il Concilio si concluse solennemente il 25 luglio del 325, giorno del ventesimo anniversario di regno dell’imperatore Costantino, che nell’orazione finale ribadì la proibizione delle dispute cristologiche, approvò la datazione della Pasqua cristiana e proclamò trionfante la raggiunta nuova unità fraterna di tutta la Chiesa. Da Roma, Papa Silvestro, che non aveva partecipato ai lavori direttamente, dovette approvare quanto deciso dal sovrano.

Un’ultima chicca prima di tirare le somme nelle conclusioni finali: Costantino fu determinante nello sviluppo dirompente del cristianesimo all’interno dell’impero romano, trasformando un culto minoritario in quello privilegiato e promosso dal sovrano, ma tenne il piede in due scarpe fino alla fine.
Egli mantenne infatti il titolo di pontefice massimo della religione pagana, carica che era stata di tutti gli imperatori romani a partire da Augusto e che mantennero anche i suoi successori cristiani fino al 375. Costantino perseguiva probabilmente il proposito di riavvicinare i culti presenti nell’impero, nel quadro di un non troppo definito monoteismo imperiale. Le festività religiose più importanti del cristianesimo e della religione solare furono fatte coincidere come abbiamo già visto, mantenendo come riferimento centrale la figura del sovrano. Le statue del dio Sole erano spesso adornate del simbolo della Croce e a Costantinopoli furono eretti anche dei templi pagani.
Il cristianesimo aveva dalla sua una forte base ideologica e i suoi aderenti manifestavano una serietà e un rigore morale che il sovrano aveva imparato ad apprezzare, perciò decise di farne il pilastro di un impero che non riusciva a trovare altrettante risposte nella religione pagana, la quale non era in decadenza (come in molti libri si vuole far credere), ma risultava inutile ai piani di rinnovo spirituale della romanità. Costantino, con buona probabilità, reputò che con qualche aggiustamento e sotto il patrocinio e il controllo imperiale la nuova fede potesse essere un buon collante per Roma.
Il suo gioco di equilibri tra paganesimo e cristianesimo fu un azzardo che ripagò nel breve periodo, quando lui poté esercitare il suo carisma e potere assoluto, guadagnato con il pugno di ferro delle sue armate, ma scoppiò nelle mani dei suoi successori, sempre più succubi del nuovo establishment cristiano, che una volta al potere non tollerò più alternative a se stesso.

Costantino si convertì solo in punto di morte, per la concezione del tempo che con il battesimo si perdonassero tutti i peccati precedenti (e lui, secondo il metro cristiano, ne aveva collezionato molti, in numero e gravità), anche perché all’epoca non esisteva ancora il sacramento della confessione. Perciò il sovrano si ripulì la coscienza e si tenne aperte tutte le strade per l’aldilà, sia che fosse pagano (più tollerante) o cristiano (più severo). Un colpo da maestro, che dimostra le qualità pragmatiche di un fine politico romano, rispettoso delle forme e pronto a mercanteggiare con le regole imposte dagli dei.
Fu nei decenni e nei secoli seguenti che il cristianesimo divenne La Religione per eccellenza. Costanzo, figlio di Costantino, nel 341 proibì i sacrifici pagani, con minaccia di morte e sequestro dei beni per chi contravveniva e chiuse molti templi. Questa linea non venne rispettata e venne attenuata fino al 392 (con la parentesi del tentativo di reintrodurre la parità di tutti i culti con l’imperatore Giuliano, tra il 361 e il 363, perciò marchiato dai cristiani come l’apostata), quando Teodosio proibì l’esercizio pubblico del culto pagano, assimilato al delitto di lesa maestà. Nel 380 aveva anche proclamato il cristianesimo come religione di Stato di “tutte le nazioni soggette alla nostra clemenza e moderazione” definendo i non cristiani come “ripugnanti, eretici, stupidi e ciechi”. Nel 393, sempre sotto Teodosio, vennero proibiti i Giochi Pitici e Olimpici e venne dato il permesso ai cristiani di saccheggiare i templi ad Olimpia.
Il V secolo, l’ultimo dell’impero romano d’occidente, si apre con chiusure di templi, persecuzioni, saccheggi e linciaggi messi ad opera dai cristiani e sostenuti dall’autorità imperiale. Tutti i più grandi padri della Chiesa, come Giovanni Crisostomo, il santo Porfiro o il vescovo di Alessandria Cirillo aizzano le masse contro i pagani, non più protetti dalla legge di Roma. Nel 415 dei monaci linciano la filosofa pagana Ipazia, rea di parlare in nome della cultura e dell’antica religione. Nel 421 Teodosio II definisce il culto dei pagani come il culto del demonio, condannando al carcere, alla tortura e alla morte chi lo professa. Nel VI secolo l’imperatore Giustiniano priverà il paganesimo anche di ogni mezzo di espressione culturale, chiudendo la plurisecolare accademia di filosofia ad Atene, fondata da Platone.



Eppure nei secoli successivi, fino al IX almeno, sia il Papa in occidente che l’imperatore di Costantinopoli ad oriente furono alle prese con la repressione di pagani, con conversioni più o meno violente (a seconda del potere che la loro autorità poteva esercitare). Questo fatto ci deve far riflettere: in primo luogo non ci fu un miracoloso e indolore (come in molti credono o cercano di far credere) passaggio dal paganesimo al cristianesimo, ma fu un lento, costante e anche violento processo che in molti secoli debellò l’antica fede, assimilando o cancellando i suoi seguaci.
Questa linea venne tenuta anche nel medioevo, epoca buia dove a parlare sono solo i cristiani, unici depositari della cultura, che come avevano fatto i romani con i popoli sconfitti fecero con le religioni che via via trovarono, con l’operato dei missionari che convertirono i germani, gli slavi e i norreni o i conquistadores con inca e aztechi. Insomma nessun mistero e nessuna predestinazione, ma solo una grande, possente forza umana, che ha mutato per sempre l’andamento della nostra storia.
Ma come tutte le forze umane, anch’essa può subire la sorte di chi l’ha preceduta, rischiando di venire sostituita da altre forze che sorgeranno in futuro.

Alberto Massaiu

Fonte:https://www.albertomassaiu.it