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domenica 29 settembre 2019

Una Domenica mattina al Bonelli point di Milano

Bella Domenica mattina  con mio fratello al Bonelli point di Milano , guadagnandoci anche  splendidi gadget come i due portachiavi di Tex e Zagor.








venerdì 27 settembre 2019

Diabolik: Il re del terrore di Clerville!: A novembre 2019 arriva il Diaboliko Calendario!









Diabolik: Il re del terrore di Clerville!: A novembre 2019 arriva il Diaboliko Calendario!: L'albo inedito di novembre , L'ora fatale, recherà un dono per tutti i fan di Diabolik, il Diaboliko Calendario! Il costo totale s...

Italia divisionale Euro 2003

Quasi tutti i paesi che hanno adottato l'euro come moneta, oltre ai classici valori nominali, hanno coniato anche monete commemorative da collezionismo con valore nominale di 5€. L'Italia ha iniziato a coniare monete in argento da 5€ nel 2003. ... 50 anni di trasmissioni televisive (tiratura 40.000 - con serie divisionale) ... 

Diciamo che allora nell'acquisto sono stato anche fortunato,perchè è in questa serie che si trova quella che forse è la moneta italiana al momento più rara : Quella da cinque centesimi proprio di quell'anno.


domenica 8 settembre 2019

Francia 2 Euro commemorativa 70° anniversario sbarco in Normandia


2 Euro francese coniato nel 2014 per la commemorazione del 70 anniversario dello sbarco alleato in Normandia.

In mezzo la scritta D-Day in modo da raffigurare un carro armato sul cui cannone sono riportate le date 1944-2014.

Le tipiche impronte degli scarponi indossati dagli eserciti americano,britannico e canadese scompaiono cancellate da un'onda costituita da versi di Verlaine.

mercoledì 28 agosto 2019

venerdì 16 agosto 2019

Lira dell'Africa Orientale Italiana

 Storia della Lira in Africa orientale italiana

Da "Wikipedia" enciclopedia libera

Il regio decreto legge 2 luglio 1936, n. 1371, poi convertito nella legge 11 gennaio 1937, n. 260, aveva introdotto la lira italiana come unica valuta avente corso legale in Etiopia, contestualmente mettendo fine al regime derogatorio vigente in Eritrea[2][3]. Il periodo di transizione fu stabilito per le banconote in tre mesi, dal 15 luglio al 15 ottobre 1936, e in un solo mese per le monete, da convertirsi entro il 15 agosto.
Il problema concreto nasceva però dal particolare sistema monetario etiope che si basava su un'antica moneta d'argento, il tallero di Maria Teresa che, grazie al suo valore intrinseco in valuta pregiata , era perfettamente mantenuta circolante ed accettata nel paese, tanto che anche le banconote e le monete ne erano in realtà un controvalore derivato in corso forzoso. Se il cambio della cartamoneta e delle monetine avvenne nei tempi previsti e nel tasso obbligatorio di un tallero per tre lire, i fascisti non poterono fare altrettanto con i talleri argentei, pena la tesaurizzazione degli stessi.
Il tasso di cambio imposto dall'Italia era oggettivamente sproporzionato e attinente a considerazioni politiche e belliche, e per nulla economiche, su un paese conquistato. Nel 1936 la zecca di Roma coniò una moneta argentea da 5 lire del peso di 5 grammi[4], mentre il tallero teresiano pesava 28 grammi[5]: ciò comportava un rapporto intrinseco di mercato di 28 a 5, del tutto estraneo a quanto stabilito per legge.
Il governo italiano tentò quindi di sbloccare lo stallo mediante l'emissione di una cartamoneta a tassi più realistici, ma con caratteristiche tecniche tali da impedirne la circolazione nella madrepatria, onde non generare inflazione o fenomeni di speculazione. Le prime banconote furono stampate dal 12 settembre 1938 ad un cambio di 4 lire e mezza per un tallero, ma non sortirono l'effetto sperato, e il 13 gennaio 1939 venne emessa una nuova produzione a 5 lire per un tallero[6]. Con lo scoppio della guerra e la temporanea occupazione della Somalia britannica tra il 1940 e il 1941, anche qui si tentò di introdurre la lira seppur in coabitazione con lo scellino, offrendo un cambio fra il tallero e le banconote AOI portato a 13 lire e mezza.
L'occupazione inglese dell'Africa Orientale Italiana comportò un'ampia diffusione dello scellino dell'Africa Orientale in tutto il territorio, dato che i pesanti segnali inflativi che si prospettavano sulla lira spingevano gli stessi abitati a coprirsi finanziariamente dotandosi di una valuta più stabile, tanto che il cambio pari a 24 lire dell'Africa Orientale Italiana imposto dal Comando militare britannico di Mogadiscio del generale Cunningham, emessa il 2 marzo 1941, divenne in poco tempo quasi vantaggioso. L'ordinanza militare poneva inoltre in vigore svariate valute del composito Impero britannico, dalla sterlina egiziana alla rupia indiana, oltre alla nuova liberalizzazione del tallero di Maria Teresa con un tasso di cambio che, significativamente, era stabilito in 45 lire per un tallero. La lira italiana rimaneva comunque valida per il commercio al dettaglio, ma le speciali banconote AOI, divenute un simbolo truffaldino, furono subito poste fuori corso. In ogni caso, nel giro di pochissimi anni fu la stessa popolazione locale a premunirsi di disfarsi delle svalutate lire, e fu dallo scellino britannico che il restaurato governo etiope creò nell'immediato dopoguerra il nuovo tallero etiope.
La fine delle banconote AOI non ebbe però luogo in Africa bensì proprio in Italia perché nel 1942 il Ministero del Tesoro, rimasto a corto di valuta circolante a causa della sempre più difficilmente arginabile inflazione, autorizzò l'emissione nel territorio metropolitano degli stock di banconote già prodotte l'anno prima ma mai portate in un'Africa ormai persa. Una quantità imprecisata di banconote fu poi inoltre riportata in Italia nel 1943, al fine di disfarsene, proprio dalle truppe inglesi che stavano man mano occupando il paese insieme agli statunitensi. Anche questa cartamoneta contribuì ovviamente alla devastante inflazione che martoriò la lira negli anni successivi.





Statibandiera Africa Orientale Italiana
Italia Italia(1942-1943)
Banconote50, 100, 500, 1000 Lire
Entità emittenteBanca d'Italia
Periodo di circolazione12 settembre 1938 - 30 novembre 1941[1]
Sostituita daScellino dal 27 novembre 1941
Tasso di cambio1 Tallero d'Eritrea = 5 Lire (13 gennaio 1939)  
AOI (banconota).jpg

Tagli

 

Nel 1938 furono stampate banconote col valore di 50, 100, 500 e 1000 lire: i disegni erano gli stessi delle banconote italiane, con la differenza che vi era stampata la scritta "Serie Speciale Africa Orientale Italiana".
Come residuo dell'uso della lira italo-africana, fino alla fine degli anni sessanta in Somalia veniva usata l'espressione lix lira (cioè, "sei lire") per indicare i venticinque centesimi di scellino somalo.

Fonte :https://it.wikipedia.org/


ONE DOLLAR PRINCESS DIANA OF WALES ,COOK ISLANDS 1997 .


UNO DEI PEZZI FORTI DELLA MIA COLLEZIONE .

 


mercoledì 7 agosto 2019

Annuncio ricerca di un attore per Diabolik nel 1965

Immaggine presa dal web

Locandina apparsa nell'albo "LArtiglio del Demonio" N 9 seconda serie del 3 maggio 1965.

Si trattava di un annuncio della Italy Film per la selezione di un attore per il ruolo di Diabolik nel film che verrà prodotto da Antonio Cervi.

Ben presto però l'intenzione di affidare la parte ad un attore sconosciuto verrà abbandonata in favore di un attore di fama internazionale.

Si pensa così ad Alain Delon , ma ritenuto troppo costoso dal produttore Cervi si opta per il più economico Jean Soreil , già noto per "Vaghe stelle dell'Orsa" di Visconti.

Immaggine presa dal web

martedì 6 agosto 2019

Palermo - Autobus a Gassogeno

Autobus a Gassogeno (trasformato dalla SAIA di Palermo) 

Fine anni 30 del 900

Foto presa dal web- Tratta dal libro :Il trasporto pubblico a Palermo -di Salvatore Amoroso-edito da Gidue

sabato 27 luglio 2019

domenica 21 luglio 2019

La nascita del Cristianesimo ufficiale, Costantino e il suo concilio di Nicea





Di Alberto Massaiu




Il concilio di Nicea è a mio parere l’evento storico che ha avuto, in positivo o in negativo dipende dal proprio personale punto di vista, i maggiori effetti sull’intera umanità negli ultimi diciassette secoli. Forse, e qui azzardo un’ipotesi, se non ci fosse stato Gesù Cristo e la religione da lui ispirata non sarebbero il culto più diffuso ai nostri giorni, e forse neanche l’Islam sarebbe nato nelle sabbie dell’Arabia.
Tutto poteva essere diverso se quella manciata di uomini (poco più di 300) non si fossero incontrati nel 325.
Il concilio, o forse è meglio chiamarlo sinodo (dal greco synodos, da syn “insieme” e odòs “cammino”), puntava a riunire tutti i più importanti esponenti della relativamente nuova religione (aveva meno di tre secoli di vita) per riordinarla e riorganizzarla, visto che ognuno intendeva la figura di Cristo e il suo messaggio in modo differente.

Costantino, imperatore di Roma, era uscito da vent’anni di guerre civili, scatenate quasi tutte da lui per scardinare il sistema tetrarchico (basato sull’idea di Diocleziano di dividere l’impero in quattro parti, con due augusti – imperatori “maggiori” – e due rispettivi cesari – imperatori “minori” ed eredi dei rispettivi augusti) e regnare su tutto il dominio di Roma.
Le sue vittime, per raggiungere il potere assoluto, furono parecchie:
1) Massimiano, ex augusto e collega di Diocleziano per l’Occidente, costretto al suicidio dopo la presa di Massilia nel 310.
2) Massenzio, figlio di Massimiano e augusto d’Occidente (di cui Costantino era, in linea teorica, l’erede, in quanto cesare d’Occidente), sconfitto e ucciso alla battaglia di Ponte Milvio nel 312, resa famosa per il messaggio “In hoc signo vinces”, ovvero “Con questo segno vincerai”;
3) Bassiano, cesare d’Italia e cognato di Costantino, che si era ribellato alla sua autorità tra il 315 e il 316.
4) Aurelio Valerio Valente, cesare di Licinio (collega di Costantino in Oriente, ma anche antagonista per la lotta alla supremazia) che fu giustiziato da quest’ultimo dietro specifica richiesta di Costantino in cambio di una tregua nel 317.
5) Sesto Martiniano, altro cesare di Licinio, giustiziato alla fine del secondo conflitto contro Licinio, nel 324.
6) Licinio, sconfitto e ucciso dopo ben due conflitti tra il 316 e il 324. Licinio, imperatore dell’Oriente, era stato il co-autore del celeberrimo Editto di Milano del 313 (quando lui e Costantino parevano ancora amici, o è meglio dire quando progettavano di allearsi per far fuori un altro rivale, Massimino Daia), che permetteva ai cristiani di professare liberamente la loro religione.
Un particolare inquietante: Costantino, nel 324, aveva promesso a Licinio salva la vita se si fosse arreso senza opporre ulteriore resistenza, ritornando ad essere un privato cittadino. Giusto l’anno dopo, con l’accusa di un fantomatico complotto, Costantino fa impiccare l’ex rivale a Tessalonica.



Mi permetto di aggiungere un ennesimo corollario più adatto alla cronaca nera che alla trattazione storica, ma credo serva a inquadrare bene un potente e controverso personaggio, vero architetto del Concilio di Nicea: negli anni successivi al conseguimento del potere assoluto Costantino continuò a far fuori persone, spesso all’interno della sua famiglia (un vizio che i suoi figli mantennero, sterminandosi a vicenda in congiure e guerre civili fino all’ultimo dei costantinidi, Giuliano l’apostata).
Nel 326 fece uccidere a Pola il figlio primogenito Crispo, figlio di Minervina, per una presunta relazione con Fausta (sua seconda moglie) e Liciniano, figlio della sorella Costanza e di Licinio (eh si, il povero Licinio era anche suo cognato). Quindi fece affogare nel bagno anche la moglie Fausta, forse perché si rese conto che questa aveva ordito un complotto contro Crispo, per avvantaggiare i suoi figli nella linea di successione. Ad ogni modo, un bel CV.
Non ho scritto tutto questo per demonizzare Costantino, che di per sé agì esattamente come facevano i suoi contemporanei, ma solo per evidenziare che questi era tutto tranne che impernato di valori cristiani come la pietà, la tolleranza, la bontà o il perdono, ma agì come un sovrano autocrate e spietato con i suoi nemici, mettendo il potere e la ragion di Stato davanti all’eventuale fede che professava.
“Nel caso di un uomo geniale, al quale l’ambizione e la sete di dominio non concedono un’ora di tregua, non si può parlare di cristianesimo o paganesimo, di religiosità o irreligiosità consapevoli. Un uomo simile è essenzialmente areligioso, e lo sarebbe anche se egli immaginasse di far parte integrante di una comunità religiosa”
Jacob Burckhardt, ne Costantino il Grande e i suoi tempi
Gli storici moderni sono divisi sulla sua effettiva e sincera conversione al cristianesimo. Alcuni dicono che partì con il leggendario sogno del 312, poco prima della battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio. Di questo fatto, avvenuto la notte del 27 ottobre, abbiamo alcune versioni, tutte di autori cristiani.
Lattanzio afferma che la visione ordinò a Costantino di apporre un segno sugli scudi dei propri soldati riferito a Cristo. Nella sua versione questo è descritto come uno staurogramma, una croce latina con la parte superiore cerchiata come una P.


Eusebio, vero e proprio biografo ufficiale dell’imperatore, oltre che suo amico personale, riporta due versioni dell’accaduto. La prima, contenuta nella Storia ecclesiastica, afferma esplicitamente che il dio cristiano abbia aiutato Costantino, ma non menziona nessuna visione. Nella Vita di Costantino, invece, lo stesso autore fornisce una dettagliata descrizione della visione affermando di averla sentita dall’imperatore stesso. Costantino gli disse che stava marciando col suo esercito quando, alzando lo sguardo verso il sole, vide una croce di luce e sotto di essa la frase greca “En touto nika”, che reso nel più famoso motto latino “In hoc signo vinces” si traduce “Con questo segno vincerai“.
Questa apparizione magica, su cui dobbiamo credere sulla parola al solo Costantino (nessun ufficiale o soldato dell’epoca ha segnalato nulla del genere e non potevano essere tutti analfabeti), aveva solo confuso il condottiero, perciò, per buona misura, l’imperatore affermò di aver avuto, quella notte stessa, anche la visita di Gesù Cristo stesso. Visto che il suo messaggio di luce tra le nuvole era risultato poco chiaro, gli disse senza troppi giri di parole di usare il segno della croce contro i suoi nemici. Così venne creato il sacro labarum, lo stendardo usato da Costantino in guerra, recante il segno Chi-Rho.

Ad ogni modo posso sfatare un diffuso falso mito. I cristiani, all’epoca di Costantino, non erano la maggioranza all’interno dell’impero romano. Studi di storici e archeologi come Paul Vayne hanno dimostrato che gli aderenti alla nuova religione non contavano più del 10% della popolazione. In più, a peggiorare le cose, non credevano tutti nelle stesse cose, con risultati spesso confliggenti tra loro.
Eppure il cristianesimo aveva delle potenzialità che il sovrano volle sfruttare come instrumentum regni. Perciò si mise a giocare una partita delicata e pericolosa, cercando di mettere ordine nel caos dogmatico seguito allo sviluppo del messaggio del rabbi ebreo Gesù di Nazareth.
La Chiesa cattolica al tempo era tutto il contrario di tutto, persino del proprio nome (in greco katholikòs vuol dire universale). Già nel 314 Costantino aveva avuto un assaggio dei dissensi teologici dei cristiani, mentre cercava di trovare un accordo con i donatisti, fanatici seguaci del vescovo di Cartagine: Donato. Questi si faceva forte della resistenza (fino alla morte) durante le persecuzioni di Diocleziano, condannando tutti coloro che si erano nascosti e avevano fintamente abiurato Cristo per sopravvivere.
Partendo da questo assioma, tutta la Chiesa era scomparsa a causa della codardia dei traditori tranne che in Africa, rendendo questa corrente una vera e propria spina nel fianco del potere imperiale su di una provincia strategica per qualsiasi imperatore d’occidente. Costantino, dopo il tentato dialogo, decise di far condannare e perseguitare i donatisti (andando contro il suo stesso Editto di Milano dell’anno prima, che garantiva completa libertà di credo religioso), che non si volevano allineare ai suoi progetti di inclusione e risistemazione teologica, linea di condotta seguita da quasi tutti i suoi successori fino alla quasi totale scomparsa della loro corrente sotto l’azione di Sant’Agostino, tra il 395 e il 430.

Dieci anni dopo il sinodo di Arles Costantino decise di affrontare un’altra disputa, quella sollevata dai seguaci di Ario, vescovo di Alessandria. Il tema divisivo riguardava niente poco di meno della stessa origine di Gesù Cristo. Era egli nato dal Padre (quindi della sua stessa natura, eterno) oppure, come affermavano gli ariani, era stato creato dal Padre (quindi di natura finita, individuabile nel dato periodo di tempo in cui era vissuto sulla terra)?
La questione stava spaccando in due il cattolicesimo, con tutto il suo corollario di scontri, ripicche, lamenti e suppliche all’imperatore, che doveva di volta in volta leggere lettere e petizioni oppure concedere udienza ad una e all’altra parte. Perciò Costantino, da sovrano pratico di estrazione militare, decise di convocare la più grande assemblea dei vescovi che si fosse mai vista, per risolvere in un colpo solo tutte le dispute e dare forma ad una religione che potesse entrare nell’intelaiatura istituzionale dell’impero, come era stato fatto per tutte le altre fino ad allora.
Il sovrano per l’occasione fece le cose in grande, invitando a sue spese tutti i vescovi della cristianità nella residenza imperiale di Nicea. In tutto vennero convocati 1.800 prelati, 1.000 circa dall’Oriente e 800 dall’Occidente, ma per ragioni logistiche giunsero nella città solo 300 di loro, per la maggior parte orientali (da ovest presero parte ai lavori solo due delegati del Papa Silvestro, che non si mosse dalla sua sede, i vescovi di Cordova e Cartagine e altri tre, rispettivamente uno italico, uno gallico e uno pannonico).
Costantino aprì il concilio, intervenne nel dibattito e ne determinò l’andamento. Le cose andarono male sia per i seguaci di Ario, sia per quelli di Melezio e anche per i cristiani gnostici, le cui differenti visioni su Gesù Cristo (sia come natura, sia come messaggio) vennero rigettare in toto. Quando gli ariani lesserò il loro credo, giusto per fare un esempio, al loro portavoce venne strappato di mano il foglio e ridotto in mille pezzi prima ancora che avesse finito.

L’obiettivo del sovrano fu quello di porre punti fermi sulle dispute cristologiche e sulla dottrina, sulla scelta dei vangeli da seguire, sulla riorganizzazione di aspetti giurisdizionali e organizzativi in quell’istituzione che nei suoi piani doveva diventare un pilastro dello Stato assieme alle altre religioni dell’impero.
Le decisioni del concilio andavano prese all’unanimità e perciò Costantino, attento alla forma, cacciava dall’aula o espelleva chi si manifestava contrario alle scelte che lui faceva e imponeva ai vescovi tutte le volte che non si mettevano d’accordo tra di loro. Alla fine, con questi metodi spicci e autoritari, i lavori vennero chiusi in appena due mesi, gettando le basi del cristianesimo istituzionale.
Per prima cosa venne approvato il credo o simbolo niceno, che verrà in seguito implementato con il concetto trinitario (Padre, Figlio e Spirito Santo), dal secondo concilio ecumenico di Costantinopoli, solo nel 381. Ecco il testo del credo niceno in italiano:

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente,

creatore di tutte le cose visibili ed invisibili.

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,

unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre.

Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, 

generato, non creato, della stessa sostanza del Padre. 

Per mezzo di lui tutte le cose sono state create, 

per noi uomini e per la nostra salvezza discese,

si è incarnato e si è fatto uomo.

Mori, il terzo giorno è resuscitato, è salito al cielo,

verrà per giudicare i vivi e i morti.

Credo nello Spirito Santo.

Cosa mancava rispetto ad oggi? Vi era già indicato lo Spirito Santo, che era il vento, il respiro o la potenza di Yahweh secondo il termine ebraico ruach, tradotto nel concetto platonico e metafisico del greco pneuma. Questo Spirito Santo non era ancora associato al Padre e al Figlio nella Trinità, cosa che verrà decisa solo sessant’anni dopo. Non era indicata neanche la nascita di Gesù da Maria, probabilmente per non lasciare adito agli ariani che lo reputavano creato dal Padre (quindi successivo a lui e in quanto tale non eterno), cosa che viene rimarcata nel passo “Generato, non creato, dalla stessa sostanza del Padre”. Questa dottrina, detta dell’homooùsios, sanciva che Dio Padre e Gesù Cristo erano della stessa essenza (ousìa in greco), quindi entrambi co-eterni.
È infine assente tutta l’ultima parte, con il concetto del filioque (e procede dal Padre e dal Figlio) che risulta essere ancora oggi nodo di discordia tra cattolici e ortodossi e quello del credere nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica (sempre inserito nel 381).


Messi fuori gioco gli ariani, il simbolo niceno attaccò anche le dottrine gnostiche, che non credevano nell’incarnazione, nella morte e nella resurrezione della carne del Cristo (per loro puro spirito). Perciò venne ribadito il fatto che Gesù si era incarnato, era morto e infine risorto.
In base a queste disposizioni, tutto quello che era stato deciso a Nicea diventava d’ora in poi verità assoluta e di riflesso chi non vi si atteneva era eretico e perseguibile, gettando le basi per secoli di lotte e persecuzioni. La pena per l’eresia era la scomunica, l’esilio e nel caso peggiore (se ci si rifiutava di abiurare le proprie false credenze) la morte.
Infine, a corollario di tutto questo, in quei giorni vennero discusse anche questioni amministrative e gestionali relative all’organizzazione della futura Chiesa istituzionale. Ad esempio il vescovo della capitale della provincia civile divenne superiore agli altri vescovi locali, con il titolo di metropolita, mentre Roma, Alessandria e Gerusalemme (in seguito anche Costantinopoli e Antiochia) avevano dei vescovi con una giurisdizione speciale, superiore ai metropoliti stessi.
Per inserire le festività cristiane nel calendario ufficiale romano, Costantino decise di fissare anche il giorno di festa settimanale, la data del Natale e quella della Pasqua. Anche qui procedette “alla Alessandro Magno”, tagliando nodi gordiani a colpi di diktat imperiali ai padri della Chiesa.
Il sovrano cercò di assimilare le festività più apprezzate e seguite dai romani dell’epoca (lui era anche pontifex maximus, la più alta carica sacerdotale pagana dell’Urbe che il Papa di Roma ha in seguito fatto propria), come il dies solis, il giorno del dio solare orientale Sol Invictus, che divenne il giorno del Signore (dies dominica e infine domenica). Ancora oggi nelle lingue anglosassoni e germaniche la domenica è definita Sunday o Sonnentag (giorno del sole), vetusto relitto dell’antica divinità precristiana.
Anche il concetto di riposo domenicale ha natura sia pagana che costantiniana: fu l’imperatore a decidere che il primo giorno della settimana, ovvero il dies solis, doveva essere dedicato al riposo. Questa qualifica rimase anche quando questo divenne il dies dominica e i cristiani si limitarono a dire che il riposo equivaleva al giorno di culto della loro religione.

Stessa cosa avvenne per la Pasqua, che Costantino decise dovesse essere nettamente separata da quella ebraica, iniziando ad elaborare il concetto di triduo, i tre giorni che culminano con la morte e la resurrezione di Gesù e il Natale, dove attinse nuovamente dal culto del sole.
Il 25 dicembre, infatti, era la festa del Natalis Sol Invictus, che coincideva anche con tutta una serie di celebrazioni pagane ancora più antiche, come i Saturnalia (17-23 dicembre), riti di fertilità di natura agro-pastorale, dedicati a Saturno per propiziare l’avvento di una buona primavera dopo l’inverno. In queste occasioni si scambiavano doni (sic!) e si imbandivano grandi banchetti (secondo sic!). Il fatto era che nessuno sapeva esattamente quando Gesù Cristo fosse nato e ogni gruppo di primi cristiani aveva una sua data, come i basilidiani che celebravano tra il 6 e il 10 gennaio, gli egiziani che individuavano il giorno tra il 19 e il 20 aprile o altri il 28 marzo, in cui si pensava fosse stato creato anche il sole.
Ad ogni modo, per quanto i cristiani facessero proprie queste date per favorire la conversione, riempiendo la loro fede di riferimenti a Cristo come luce del mondo, il salvatore e via dicendo, tutti attributi del Sol Invictus, tale passaggio fu lungo e laborioso, tanto che nel suo sermone di Natale del 460 il Papa Leone si lamentava così: “È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei”.
Ma la Chiesa aveva il tempo, la struttura e le risorse per pazientare, sacrificando le forme per far passare la conversione. Uno dei successori di Leone, Papa Gregorio Magno, suggeriva ai suoi missionari che convertivano i popoli germanici o celtici di includere nel culto dei santi locali tutti gli elementi pagani più seguiti, modificando le storie dei martiri per farle coincidere con quelle delle divinità campestri.
Il Concilio si concluse solennemente il 25 luglio del 325, giorno del ventesimo anniversario di regno dell’imperatore Costantino, che nell’orazione finale ribadì la proibizione delle dispute cristologiche, approvò la datazione della Pasqua cristiana e proclamò trionfante la raggiunta nuova unità fraterna di tutta la Chiesa. Da Roma, Papa Silvestro, che non aveva partecipato ai lavori direttamente, dovette approvare quanto deciso dal sovrano.

Un’ultima chicca prima di tirare le somme nelle conclusioni finali: Costantino fu determinante nello sviluppo dirompente del cristianesimo all’interno dell’impero romano, trasformando un culto minoritario in quello privilegiato e promosso dal sovrano, ma tenne il piede in due scarpe fino alla fine.
Egli mantenne infatti il titolo di pontefice massimo della religione pagana, carica che era stata di tutti gli imperatori romani a partire da Augusto e che mantennero anche i suoi successori cristiani fino al 375. Costantino perseguiva probabilmente il proposito di riavvicinare i culti presenti nell’impero, nel quadro di un non troppo definito monoteismo imperiale. Le festività religiose più importanti del cristianesimo e della religione solare furono fatte coincidere come abbiamo già visto, mantenendo come riferimento centrale la figura del sovrano. Le statue del dio Sole erano spesso adornate del simbolo della Croce e a Costantinopoli furono eretti anche dei templi pagani.
Il cristianesimo aveva dalla sua una forte base ideologica e i suoi aderenti manifestavano una serietà e un rigore morale che il sovrano aveva imparato ad apprezzare, perciò decise di farne il pilastro di un impero che non riusciva a trovare altrettante risposte nella religione pagana, la quale non era in decadenza (come in molti libri si vuole far credere), ma risultava inutile ai piani di rinnovo spirituale della romanità. Costantino, con buona probabilità, reputò che con qualche aggiustamento e sotto il patrocinio e il controllo imperiale la nuova fede potesse essere un buon collante per Roma.
Il suo gioco di equilibri tra paganesimo e cristianesimo fu un azzardo che ripagò nel breve periodo, quando lui poté esercitare il suo carisma e potere assoluto, guadagnato con il pugno di ferro delle sue armate, ma scoppiò nelle mani dei suoi successori, sempre più succubi del nuovo establishment cristiano, che una volta al potere non tollerò più alternative a se stesso.

Costantino si convertì solo in punto di morte, per la concezione del tempo che con il battesimo si perdonassero tutti i peccati precedenti (e lui, secondo il metro cristiano, ne aveva collezionato molti, in numero e gravità), anche perché all’epoca non esisteva ancora il sacramento della confessione. Perciò il sovrano si ripulì la coscienza e si tenne aperte tutte le strade per l’aldilà, sia che fosse pagano (più tollerante) o cristiano (più severo). Un colpo da maestro, che dimostra le qualità pragmatiche di un fine politico romano, rispettoso delle forme e pronto a mercanteggiare con le regole imposte dagli dei.
Fu nei decenni e nei secoli seguenti che il cristianesimo divenne La Religione per eccellenza. Costanzo, figlio di Costantino, nel 341 proibì i sacrifici pagani, con minaccia di morte e sequestro dei beni per chi contravveniva e chiuse molti templi. Questa linea non venne rispettata e venne attenuata fino al 392 (con la parentesi del tentativo di reintrodurre la parità di tutti i culti con l’imperatore Giuliano, tra il 361 e il 363, perciò marchiato dai cristiani come l’apostata), quando Teodosio proibì l’esercizio pubblico del culto pagano, assimilato al delitto di lesa maestà. Nel 380 aveva anche proclamato il cristianesimo come religione di Stato di “tutte le nazioni soggette alla nostra clemenza e moderazione” definendo i non cristiani come “ripugnanti, eretici, stupidi e ciechi”. Nel 393, sempre sotto Teodosio, vennero proibiti i Giochi Pitici e Olimpici e venne dato il permesso ai cristiani di saccheggiare i templi ad Olimpia.
Il V secolo, l’ultimo dell’impero romano d’occidente, si apre con chiusure di templi, persecuzioni, saccheggi e linciaggi messi ad opera dai cristiani e sostenuti dall’autorità imperiale. Tutti i più grandi padri della Chiesa, come Giovanni Crisostomo, il santo Porfiro o il vescovo di Alessandria Cirillo aizzano le masse contro i pagani, non più protetti dalla legge di Roma. Nel 415 dei monaci linciano la filosofa pagana Ipazia, rea di parlare in nome della cultura e dell’antica religione. Nel 421 Teodosio II definisce il culto dei pagani come il culto del demonio, condannando al carcere, alla tortura e alla morte chi lo professa. Nel VI secolo l’imperatore Giustiniano priverà il paganesimo anche di ogni mezzo di espressione culturale, chiudendo la plurisecolare accademia di filosofia ad Atene, fondata da Platone.



Eppure nei secoli successivi, fino al IX almeno, sia il Papa in occidente che l’imperatore di Costantinopoli ad oriente furono alle prese con la repressione di pagani, con conversioni più o meno violente (a seconda del potere che la loro autorità poteva esercitare). Questo fatto ci deve far riflettere: in primo luogo non ci fu un miracoloso e indolore (come in molti credono o cercano di far credere) passaggio dal paganesimo al cristianesimo, ma fu un lento, costante e anche violento processo che in molti secoli debellò l’antica fede, assimilando o cancellando i suoi seguaci.
Questa linea venne tenuta anche nel medioevo, epoca buia dove a parlare sono solo i cristiani, unici depositari della cultura, che come avevano fatto i romani con i popoli sconfitti fecero con le religioni che via via trovarono, con l’operato dei missionari che convertirono i germani, gli slavi e i norreni o i conquistadores con inca e aztechi. Insomma nessun mistero e nessuna predestinazione, ma solo una grande, possente forza umana, che ha mutato per sempre l’andamento della nostra storia.
Ma come tutte le forze umane, anch’essa può subire la sorte di chi l’ha preceduta, rischiando di venire sostituita da altre forze che sorgeranno in futuro.

Alberto Massaiu

Fonte:https://www.albertomassaiu.it


sabato 22 giugno 2019

La vera storia del famigerato (a sua insaputa) conte Dracula

Chi di noi non ha mai sentito parlare dei vampiri? Dalle dubbie serie cinematografiche zeppe di influenze adolescenziali sullo stile Twilight ai grandi classici di Cristopher Lee, questa inquietante figura riscuote in tutto il mondo una fama di tetro rispetto.
Eppure quanto sappiamo veramente di loro? Come e dove è nata l’idea del predatore notturno che ha bisogno di sangue per mantenere una perenne non-vita? Il folklore è da millenni pieno di riferimenti a queste creature, presenti nei racconti più tenebrosi ai quattro angoli del mondo. Ma la fama moderna del vampiro nasce nell’ottocento, con la letteratura gotica e il fascino per il macabro e il proibito che si sviluppa in tutta Europa.
Bram Stoker, scrittore irlandese, scrive il suo romanzo più fortunato nel 1897, all’apogeo dell’Età Vittoriana, in un epoca dove la rivoluzione industriale e il positivismo scientifico si scontrava con le correnti culturali spiritiste, l’esotismo e il decadentismo. Il libro dedicato a Dracula si basa sulla storia del voivoda di Valacchia Vlad III, vissuto quattrocento anni prima nelle terre al di là del grande fiume Danubio.


La mia ricerca partirà da lui, indagando sull’esistenza terrena (nulla di sovrannaturale, vedrete) di questa figura. È una vicenda del suo tempo, a cui si unisce un curioso effetto “marketing” che andremo a scoprire assieme.
Vlad III era figlio del voivoda di Valacchia, una regione situata tra i monti Carpazi a nord e il Danubio a sud, chiamato a sua volta Vlad (poca fantasia tra la gente dell’epoca, un po’ come l’imperatore romano Costantino con i figli Costanzo, Costantino e Costante). Il termine slavo di “voivoda” indicò, a seconda del periodo, un alto grado militare, un titolo di governatore o nobiliare, come duca o principe. Nel caso di Vlad padre e figlio potremo intenderlo come principe, visto che entrambi tentarono di accentrare i poteri statuali nella loro persona, scontrandosi contro i nobili locali, i boiardi.
Vlad padre era detto anche Vlad Dracul, perché si era affiliato nel 1431 all’Ordine del Drago, un’organizzazione politico-militare fondata dal Sacro Romano Imperatore Sigismondo che univa i grandi signori di Germania, Ungheria e dei Balcani per preservare la fede cristiana contro l’avanzata turca. Da quel momento la famiglia di Vlad prese la denominazione rumena di Drăculești, che divenne il loro cognome e da qui Vlad figlio prese il patronimico di Dracula (figlio di Dracul, in lingua romena).






Scopriremo assieme che l’uomo che diventerà il famigerato Conte Dracula nella morbosa fantasia di Stoker non visse una vita facile e aveva molti motivi per risultare incattivito verso i suoi simili. Ma andiamo con ordine.
Vlad nacque a Sighisoara nel 1431 ed era il secondogenito (il fratello maggiore si chiamava Mircea) di Vald II Dracul. Il padre era il signore della Valacchia, una terra schiacciata tra due grandi potenze come l’Ungheria (a nord) e il nascente Impero Ottomano (a sud) e con una classe nobiliare (i boiardi) arroccata nei suoi privilegi e sempre pronta a ribellarsi al loro signore.
Fu una combinazione di opposizione interna e minaccia esterna a costringere Vlad padre a sottomettersi al sultano Murad, inviando due suoi figli intermedi (Vlad e Radu) come garanzia ad Edirne (l’antica Adrianopoli). Molti signori cristiani dei Balcani avevano subito lo stesso destino, come il despota di Serbia Đurađ Branković, il cui Stato, un tempo fiero e indipendente, era diventato vassallo dei turchi dopo la disastrosa battaglia di Kosovo Polje nel 1389 di cui ho parlato nel mio articolo sulla storia balcanica.
Vlad e il fratello minore crebbero in una cattività dorata, dove vennero educati come dei principi musulmani nell’arte della guerra (cosa che fu molto utile a Vlad in futuro), della logica, della cultura, della lingua e della religione islamica.
La situazione cambiò drasticamente nel 1447, quando Vlad II e il figlio maggiore, Mircea, vennero uccisi durante una rivolta di boiardi, supportati dalla corona ungherese che desiderava impossessarsi della Valacchia per farne un cuscinetto difensivo anti-turco. Mircea venne accecato e sepolto vivo nella città di Târgoviște, come segno di spregio verso la casata dei Drăculești e del loro tentativo di modernizzazione del paese.


A questo punto i turchi decisero di liberare Vlad, figlio più grande sopravvissuto, per farne un vassallo ottomano in vista di una resa dei conti con l’Ungheria, che di sicuro non godeva della simpatia del giovane, visto il ruolo ricoperto nella congiura contro la sua famiglia. In quello stesso anno Vlad III invase il suo paese natio con il sostegno di un esercito turco, ma venne respinto dal nuovo voivoda (espresso dai boiardi ribelli) Vladislav II, appoggiato dalle truppe ungheresi di János Hunyadi.
Dopo questo fallimento Vlad si rifugiò in Moldavia, un altro principato cristiano che temeva l’espansione ungherese e ottomana, situato a nord del Danubio. Dopo alcuni anni passati a combattere e a tessere alleanze tra Moldavia e Transilvania, Vlad si riappacificò con gli ungheresi e si schierò con la causa cristiana contro gli ottomani. Era ormai il 1453 e Costantinopoli, millenaria capitale dell’agonizzante Impero Bizantino, era caduta nelle mani del nuovo sultano Mehmet II Fātiḥ, il Conquistatore. Tutti i signori cristiani decisero di far fronte comune (almeno temporaneamente) contro questa minaccia che si faceva sempre più opprimente.
Nel 1454 Vlad combatté con valore nella battaglia di Szendro, dove gli ungheresi e i loro alleati balcanici respinsero un grande esercito turco. Il successo venne bissato due anni dopo, nella battaglia di Belgrado, cosa che permise di ridimensionare per un po’ la minaccia turca. In seguito allo scontro morì anche la potente e ingombrante figura di Hunyadi, cosa che permise a Vlad di tornare in Valacchia e rimpadronirsi del trono di suo padre.




I boiardi, timorosi della sua vendetta, fuggirono in esilio in Transilvania, dove elessero un voivoda antagonista a Vlad, Dan III, contro cui Dracula dovrà confrontarsi negli anni a venire.
Vlad III aveva finalmente in mano le redini del potere e, grazie alla sua esperienza alla corte turca, aveva una visione molto più ampia e di lungo respiro rispetto al provincialismo valacco. Voleva rendere il suo paese più ricco e forte, capace di giocare un ruolo più indipendente nello scacchiere balcanico. Per questo motivo si affidò a funzionari e uomini di fiducia stranieri o di estrazione borghese (estromettendo la nobiltà dai ruoli di comando), potenziò l’agricoltura e il commercio favorendo i valacchi e creando un esercito fedele a lui solo, con mercenari pagati dal suo tesoro e leve contadine addestrate e motivate a difendere la loro terra dagli invasori.
Questo lo mise in contrasto con i ricchi e potenti mercanti sassoni della Transilvania, che avevano fondato e gestivano come cittadine tedesche sette centri della regione (dette infatti Siebenbürgen, le sette città): Klausenburg, Kronstadt, Hermannstadt, Schässburg, Mediasch, Mühlbach e Bistritz. I tedeschi di Transilvania avevano accolto i boiardi ribelli di Vlad e l’usurpatore Dan, perciò lo scontro divenne presto inevitabile.


Vlad III invase la regione e massacrò i ribelli a Kronstadt (Brasov in lingua rumena), facendo fuggire Dan nel 1459 e uccidendolo l’anno successivo sul campo di Rucăr. È in questo periodo che iniziò a riscuotere la vendetta attesa da almeno un decennio, impalando i boiardi e chi li appoggiava in maniera cruenta e spettacolare. I coloni sassoni della Transilvania divennero via via sempre più ostili al regime di Vlad, anche perché quest’ultimo privilegiava i mercanti valacchi a loro discapito, perciò accolsero e finanziarono la resistenza nobiliare contro il voivoda. Dal 1456 e per tutti gli anni successivi Vlad condusse ogni volta che poteva campagne militari e scorrerie per sottomettere le città sassoni della regione, uccidendo chiunque si ribellasse alla sua autorità.
Forte di questi successi negoziò con il nuovo sovrano di Ungheria, Mattia Corvino, un accordo anti-turco e guadagnando una sposa cugina del re, per cementare un patto che non si basava esattamente sulla reciproca fiducia, ma in una mera convenienza momentanea.
L’accordo giunse appena in tempo, perché il Sultano Mehmet aveva intimato a Vlad di riconoscere l’antico vassallaggio a cui era legato suo padre dopo la sconfitta di Varna nel 1444, richiedendo come tributo 10.000 ducati e 500 giovani che, seguendo la pratica turca della devşirme (letteralmente “la raccolta”), obbligava i vassalli cristiani a fornire reclute per il corpo dei Yeniçeri, la guardia del Sultano.



Vlad decise di schierarsi nettamente nel campo cristiano, facendo uccidere gli ambasciatori di Mehmet e dichiarando guerra alla Sublime Porta. Il sovrano ottomano, furioso, ordinò al bey di Nicopoli, Hamza pasha, di marciare con 1.000 cavalieri nelle terre del voivoda, per costringerlo alla pace o ucciderlo. Vlad sorprese le forze di Hamza in una gola presso Giurgiu, massacrandole per intero e impalando i prigionieri a monito contro futuri attacchi.
Nel 1462 invase lui stesso la Bulgaria, assoggettata da tempo ai turchi, saccheggiando la regione e uccidendo indistintamente soldati ottomani e popolazione convertita, distruggendo campi, villaggi e cittadine, trasformando l’area in una terra di nessuno. Mehmet, pieno d’ira, adunò un enorme esercito di 80.000 uomini tra truppe scelte e irregolari e invase la Valacchia con forze troppo superiori perché il voivoda potesse affrontarlo in campo aperto.
Questi si diede quindi ad estenuanti azioni di guerriglia, con attacchi notturni, incursioni contro i convogli di rifornimenti, terra bruciata del suo stesso territorio per non lasciare basi o risorse agli ottomani, tanto che alla fine Mehmet si trovò costretto a lasciare la Valacchia senza aver spodestato Vlad e, a detta delle cronache del tempo, con la perdita di 15.000 uomini.
Senza una battaglia campale, il voivoda aveva ottenuto una vittoria contro il potente Stato turco, cosa che venne celebrata dal Papa, tra gli Stati italiani (soprattutto Venezia e Genova, che temevano lo strapotere della Sublime Porta, che ostacolava i loro commerci con l’oriente) e l’Ungheria. Perfino i sassoni della Transilvania dovettero, a denti stretti, congratularsi con colui che stava diventando un campione della Cristianità nella lotta contro l’invasore musulmano.


Eppure il successo fu di breve durata. Mehmet preparò una mossa astuta: nominò Radu, fratello minore di Vlad, con cui aveva diviso la prigionia in campo turco anni prima, nuovo voivoda di Valacchia. Radu era un convertito all’Islam, ma aveva dalla sua forze scelte giannizzere con cavalleria e artiglieria, un grande tesoro con cui corrompere ufficiali e nobili, oltre che la promessa di lasciar campo libero ai boiardi nella gestione dei loro affari, con il reintegro completo di tutti i privilegi feudali che Vlad aveva portato loro via con la sua moderna politica accentratrice.
Questa volta Vlad si vide con le spalle al muro, attaccato dall’esterno e dal tradimento interno, con anche i tedeschi di Transilvania contro e abbandonato persino dagli ungheresi (che rimasero sordi alle sue richieste di aiuto militare o economico). Dopo una serie di vittoriose battaglie di retroguardia contro il fratello e i suoi nuovi alleati turchi e boiardi, Vlad perse la sua roccaforte di Poenari e si dovette rifugiare in Ungheria, dove sperava di trovare accoglienza da Mattia Corvino, suo parente per matrimonio.
Eppure quest’ultimo, timoroso che i turchi invadessero il suo regno, preferì incarcerare Vlad con una scusa, togliendolo fuori dai giochi in attesa di tempi migliori. Nel frattempo Radu veniva nominato bey di Valacchia, trasformando il suo paese in una provincia dell’Impero Ottomano.


Per oltre dieci anni Vlad rimase prigioniero di Mattia Corvino, ma venne infine liberato quando i paesi cristiani dei Balcani si misero d’accordo per un’ennesima crociata anti-turca. Vlad, con il suo curriculum di tutto rispetto, venne finanziato a armato per andare a riprendersi il trono, purché giurasse fedeltà all’Ungheria.
La sua campagna, iniziata nel 1476 (l’anno prima era morto suo fratello Radu, creando una crisi di potere in Valacchia), iniziò con la riconquista del principato danubiano e l’inaugurazione di un nuovo ed effimero regno. Le notizie sono confuse, ma entro il 1477 Vlad III era ormai morto, ucciso in battaglia contro i turchi o pugnalato a tradimento da uno dei boiardi che temeva la sua vendetta per l’ennesimo tradimento. Perfino la sua sorte è sconosciuta: secondo alcuni la sua testa e la spada vennero portate a Costantinopoli, come dono a Mehmet II, secondo altri è stato seppellito nel monastero di Comana o in quello di Snagov, dove molti pensano sia ubicata la sua tomba.
Prima chiudere questa prima parte ci tenevo a spiegare come nacque la leggenda nera di quest’uomo, che fu un tipico politico del suo tempo, duro e anche crudele, ma in maniera non dissimile da altre figure storiche famose, che hanno compiuto atti ben peggiori rispetto a lui. Ho trovato l’argomento interessante perché tocca un aspetto che potremmo definire, in chiave moderna, come un’operazione di marketing ben riuscita


Il termine di Vlad Țepeș – l’impalatore – in primis, che gli è stato appiccicato indissolubilmente addosso, gli venne affibbiato postumo, almeno una settantina d’anni dopo la sua morte. Nel lasso di tempo precedente la sua figura, intesa come il voivoda Vlad III Dracula, era stata ampiamente screditata dalla combinazione di tre fattori:
  • Mattia Corvino
  • I sassoni di Transilvania
  • La stampa a caratteri mobili
Mattia Corvino (che forse si sentiva la coscienza sporca per averlo tradito e imprigionato), fece circolare per primo in Ungheria e Germania un pamphlet intitolato Geschichte Dracole Waide (Storia del voivoda Dracula), che divenne perfino un’opera teatrale con il nome di Von ainem wutrich der hies Trakle waida von der Walachei (Storia del folle chiamato Dracula di Valacchia).
Su questa falsariga si inserirono i sassoni della Transilvania, che con le loro petizioni e lamentele al sovrano d’Ungheria, loro signore feudale, dipinsero una figura dai tratti crudeli e sanguinari, sadica e assetata di sangue. I pamphlet e le opere teatrali divennero un vero e proprio best seller, anche grazie alla stampa, che ne permise una rapida diffusione.
La tradizione germanica su Vlad l’Impalatore è composta da un totale di 46 aneddoti. Tutte le narrazioni divergono tra loro ma è chiaro che questa bibliografia sia stata redatta con il chiaro intento di distruggere la credibilità morale e politica del voivoda valacco. La prima versione del testo germanico venne probabilmente redatta da un presunto chierico sassone di Brașov, che si dice testimone delle atrocità perpetrate da Dracula contro i cittadini di Brașov e Sibiu dal 1456 al 1460. La narrazione dei fatti è però adulterata da evidenti esagerazioni. Ciò che colpisce nella letteratura di questo testo è l’assenza di ogni causalità, di ogni legame logico tra i vari episodi. L’unico punto in comune è Vlad, il quale sembra spinto da una rabbia omicida contro il mondo intero, senza alcuna logica né riflessione.


Tra il 1488 ed il 1568 la “Storia del voivoda Dracula” venne ristampato in Germania per tredici volte e sempre nelle tipografie di grandi città imperiali: Norimberga, Augusta, Lubecca, Bamberg, Lipsia, Strasburgo e Amburgo. Dracula divenne così un exemplum: l’incarnazione del male, un tiranno assassino di innocenti. Solo in seguito, quando i turchi sconfissero gli ungheresi, conquistando anche il loro paese e giungendo ad assediare Vienna, la figura di Vlad venne in parte rivista come uno dei tanti difensori della Cristianità, ma ormai il danno era fatto e la sua figura risultava talmente deformata da diventare il soggetto perfetto per la fervida immaginazione gotica di Stoker.
Da questa vicenda possiamo trarre un insegnamento: che spesso la storia, scritta dai vincitori, ci fornisce uno spaccato semplicistico di eventi le cui sfumature sono molto più variegate e che meritano una più attenta riflessione, prima di lasciarci guidare da giudizi troppo facili e moralisti.
L’eccessiva sicurezza, in molti casi, è persino più dannosa dell’eccessiva ignoranza.

Alberto Massaiu


giovedì 20 giugno 2019

sabato 8 giugno 2019

Diabolik Blog: Diabolik: la cover del volumetto speciale agostano...

Diabolik Blog: Diabolik: la cover del volumetto speciale agostano...: Questa è la cover del volumetto speciale a sfondo ironico dal titolo Diabolik Sottosopra  che sarà venduto insieme all'inedito di agos...

Grazie ad una talpa dalla terra affiorano 4000 monete romane



Più di 4000 monete d’epoca romana sono state trovate a Ueken, nel cantone svizzero dell’Argovia. Decisamente curioso il modo in cui i preziosi reperti sono venuti alla luce. A portare allo scoperto il bottino è stata infatti una talpa mentre scavava i cunicoli collegati alla sua tana. Ad accorgersene è stato Alfred Loosli, coltivatore di alberi da frutta, in un giro di perlustrazione del suo terreno.

Immaggine presa dal web


Il ritrovamento delle monete nella tana

Loosli mentre osservava l’interno della tana ha scorto dei piccoli dischi di metallo ossidati, notando poi che vi erano sopra dei rilievi. Osservando meglio quelli che sembravano essere solo dei dischetti di metallo, l’uomo ha infatti notato che vi erano delle teste e delle iscrizioni in rilievo.
Rendendosi conto che poteva trattarsi di qualcosa di molto più prezioso di semplice metallo vecchio, il figlio del signor Loosli, ha deciso di chiamare il servizio archeologico cantonale dell’Argovia, sapendo che li vicino si trovava l’antico insediamento di Vindonissa.
Vindonissa era un campo legionario romano, nei pressi della moderna Windisch, in Svizzera. Un campo di grande importanza strategica per la sua posizione alla confluenza del Reuss e dell’Aar, a soli 15 km dal Reno.
Sul luogo sono quinti giunti due esperti del servizio archeologico cantonale, che hanno lavorati per giorni, recuperando in un’area di pochi metri quadrati, circa 4166 monete, per un peso complessivo di 15 chili. Successivamente i reperti sono stati portati in laboratorio per la pulizia, l’analisi e la catalogazione.


Dopo l’analisi e la pulizia, saranno esposte al museo di Brugg

L’archeologo cantonale dell’Argovia, Georg Matter, ha affermato che si tratta di monete di epoca romana in lega di rame e argento e sono molto ben conservate. Per questo si ritiene che siano state seppellite poco dopo la realizzazione.
Le monete sono state coniate nel periodo tra il 270 ed il 305 d. C., alcune sono addirittura del tutto sconosciute. Alcune monete sono state rinvenute racchiuse in sacchetti di tela o di pelle. Si stima che il loro valore corrisponda al salario maturato in uno o due anni di lavoro.
Il 300 d. C. fu un periodo di instabilità e declino, altri gruzzoli sono stati trovati nascosti sotto terra, sotterrati per nasconderli ai saccheggiatori. Anche questo piccolo tesoro potrebbe quindi essere stato sepolto dal suo proprietario per metterle al sicuro.
Una volta che le analisi e la catalogazione saranno terminate, le monete verranno esposte al Museo Vindonissa di Brugg, dedicato appunto all’omonimo campo legionario.

Fonte:https://focustech.it