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martedì 25 aprile 2017

Medaglia commemorativa e francobolli ricostruzione del campanile di San Marco

Oggi 25 aprile non soltanto festa della liberazione ma è anche il giorno in cui si festeggia S. Marco. 

Per l'occasione voglio postare qualcosa che riguardi  il campanile appunto di San Marco in Venezia , crollato interamente il 14 luglio 1902.

Immaggine presa da http://www.ingenio-web.it



Non ci furono vittime e, vista la posizione della costruzione, i danni furono relativamente limitati. Venne distrutta completamente la loggetta alla base del campanile e un angolo della libreria del Sansovino. La "piera del bando", un tozzo tronco di colonna in porfido, su cui al tempo della repubblica venivano bandite le leggi, protesse dalla macerie l'angolo della basilica di San Marco, salvandola dal crollo. Nella serata il consiglio comunale, riunito d'urgenza, ne deliberò la ricostruzione stanziando 500.000 Lire per contribuire ai lavori. Il sindaco Filippo Grimani durante il discorso in occasione della posa della prima pietra, il 25 aprile 1903, pronunziò più volte la famosa frase, che diventerà il motto di questa ricostruzione:
« dov'era e com'era »
I lavori, che videro tra l'altro il rifacimento dei leoni che erano stati scalpellati durante la dominazione austriaca, durarono fino al 6 marzo 1912; le macerie risultanti dal crollo, una volta recuperate le parti riutilizzabili, furono scaricate in mare vicino a Punta Sabbioni e il nuovo campanile venne inaugurato il 25 aprile 1912, in occasione della festa di San Marco. L'inaugurazione del ricostruito campanile fu celebrata anche con un'emissione filatelica composta da due valori (5 e 15 centesimi di Lira) nella cui vignetta ai lati del Campanile campeggiano le iscrizioni: "Come era, dove era" sulla destra e le date del crollo e della fine dei lavori in numeri romani sulla sinistra. 

immaggine presa da http://www.panorama-numismatico.com


L'emissione fu venduta esclusivamente negli uffici postali del Veneto, circostanza in termini filatelici, simile a quella verificatasi nel 1910 con le emissioni che celebravano il cinquantenario del Risorgimento in Sicilia e del Plebiscito dell'Italia meridionale (prima emissione commemorativa della storia filatelica italiana), emissioni che furono vendute rispettivamente soltanto in Sicilia e soltanto nelle Province Napoletane.
Immaggine presa da http://www.ingenio-web.it


Il campanile di San Marco è uno dei simboli della città di Venezia. I veneziani lo chiamano affettuosamente El parón de caxa (Il padrone di casa).
Alto 98,6 metri è uno dei campanili più alti d'Italia. Si erge, isolato, in un angolo di piazza San Marco di fronte alla basilica. Di forma semplice, si compone di una canna di mattoni, scanalata, avente un lato di 12 metri e alta circa 50 metri, sopra la quale si trova la cella campanaria, ad archi. La cella campanaria è a sua volta sormontata da un dado, sulle cui facce sono raffigurati alternativamente due leoni andanti e le figure femminili di Venezia (la Giustizia). Il tutto è completato dalla cuspide, di forma piramidale, sulla cui sommità, montata su una piattaforma rotante per funzionare come segnavento, è posta la statua dorata dell'arcangelo Gabriele. La base della costruzione è impreziosita, dal lato rivolto verso la basilica, dalla Loggetta del Sansovino.
La costruzione, che ebbe in origine funzione di torre di avvistamento e di faro[senza fonte], iniziò nel IX secolo durante il dogado di Pietro Tribuno su fondazioni di origine romana. La costruzione venne rimaneggiata nel XII secolo, durante il dogado di Domenico Morosini, su imitazione dei campanili di Aquileia e soprattutto di San Mercuriale a Forlì [1], e ancora nel secolo XIV.
Alla semplice cerimonia, consistita nella rimozione delle reti che delimitavano il cantiere, hanno partecipato, con Giorgio Orsoni, nella doppia veste di Primo procuratore di San Marco e di sindaco di Venezia, tra gli altri, il presidente del Magistrato alle Acque, Ciriaco D'Alessio, la Soprintendente per i Beni Architettonici di Venezia, Renata Codello, il Proto di San Marco, Ettore Vio, il dirigente della Soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto, Alessandro Asta, il progettista dei lavori, Giorgio Macchi.
Il Prof. Ing. Giorgio Macchi opera dal 1958 nel campo della progettazione strutturale, in particolare di ponti e viadotti, per i quali ha elaborato e sviluppato anche tecniche innovative. Professore Emerito di Tecnica delle Costruzioni alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pavia, egli è stato Direttore dell’Istituto di Scienza delle Costruzioni dell’Università di Architettura di Venezia fino al 1973, poi Direttore dell’Istituto di Scienza e Tecnica delle Costruzioni dell’Università di Pavia, Preside della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pavia.
Dal 1980 la sua attività scientifica e professionale è particolarmente orientata ai pressanti problemi della stabilità strutturale dei Monumenti storici. Presidente della Commissione Ministeriale per le Torri Medioevali e il Duomo di Pavia, Membro del Comitato Internazionale per la salvaguadia della Torre di Pisa, membro del Comitato scientifico del Centro di Leuven per la Conservazione, ha sviluppato studi e progetti per la Torre di Pisa, la Basilica di San Pietro a Roma, il Duomo di Pavia, la Cappella della Sindone a Torino, il Campanile di San Marco a Venezia, il Ponte dei Tre Archi a Venezia, il Cenacolo Vinciano, la Cattedrale di Tournai in Belgio, la Cattedrale di Città del Messico, i Minareti di Jam ed Herat. Tale attività gli ha procurato una specifica notorietà e competenza nel consolidamento e nella pratica della conservazione di monumenti storici, ed un’autorevole posizione riguardo ai massimi specialisti internazionali del restauro. Membro dell’ICOMOS, ha operato alla redazione delle Raccomandazioni ICOMOS (ISCARSAH) per il consolidamento dei monumenti.
Esperto dell’UNESCO per il Ponte di Mostar, è Consigliere del Direttore dell’UNESCO per i Minareti dell’Afghanistan.
Attulamente membro del Comitato Tecnico Scientifico per la METROC di Roma.
Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per i benemeriti della Cultura, della Scienza e dell’Arte, Medaglia d’oro per la salvaguardia della Torre di Pisa, Socio Nazionale dell’Accademia delle Scienze di Torino, Premio Cultura Politecnica nel Mondo del Politecnico di Torino.

Fonte :http://www.ingenio-web.it


  Per l’inaugurazione del campanile la ditta Johnson di Milano venne incaricata, dalla Giunta del Comune di Venezia, di coniare una medaglia ufficiale in tre moduli: uno grande di 70 mm di diametro, uno medio di 52 mm e uno piccolo di 43. Le medaglie mostrano al dritto il campanile che si erge sulle cupole della Basilica di San Marco tra la scritta COME ERA DOVE ERA, alla base il leone veneziano, attorno la scritta XXV aprile MCMXII il voto è compiuto.

Medaglia 1902 in bronzo (30,45 g) per la ricostruzione del campanile di Piazza San Marco, Venezia


 Fonte: http://www.panorama-numismatico.com

domenica 23 aprile 2017

LA PIU' BELLA BANCONOTA TEDESCA

Fonte immaggine :http://www.mynumi.net

Quella qui esposta è considerata ancora oggi la più bella banconota tedesca. Rappresenta le allegorie della navigazione e dell'agricoltura .L 'esemplare, da 1000 marchi,venne emesso in Germania nei primi anni del 900 e per evitare falsificazioni, venne stampata su una particolare carta brevettata negli Stati Uniti.

venerdì 14 aprile 2017

Medaglia Pacis Nvntivs


La medaglia straordinaria , fu probabilmente realizzata nel 1963 per celebrare e ricordare il 1900° Anniversario del martirio dei SS. Apostoli Pietro e Paolo.

giovedì 6 aprile 2017

Collezionismo postale: Il Cavallino di Sardegna



Il foglio di carta postale bollata recante l’impronta del genietto a cavallo impressa in azzurro (1819) o a rilievo (1820) in uso fino al maggio 1836 per l’invio di corrispondenze in corso particolare, “per pedoni e altre occasioni”, ovvero fuori dei canali postali, per cui occorreva però pagare un diritto postale di privativa.

 I primi interi postali prepagati sono una creazione tutta italiana, e anticipanodi oltre ventanni il Penny Black. Nati con un decreto emanato da Vittorio emanuele I nel 1818 , sono definiti "cavallini" per via del timbro raffigurante un genietto a cavallo.

Fontehttp://www.accademiadiposta.it/it

  Il francobollo italiano per pacchi postali da 1000 lire del 1954 (e anche quello da 2000 lire) recanti lo stesso genietto a cavallo sulla sezione di sinistra.


sabato 11 marzo 2017

Monete antiche Perugina





Chi da ragazzo ,intorno agli anni 1972-76 non ha mangiato qualche barretta di cioccolato Perugina , soprattutto il famoso Carrarmato ? Bei tempi e dolci ricordi. Ma oltre alla bontà del proprio cioccolato in quei tempi la Perugina aveva deciso di omaggiare i propri estimatori con una raccolta bella e interessante. Si trattava infatti di monete antiche,(ovviamente riproduzioni) da collezionare e catalogare in un raccoglitore.


La Perugina infatti, aveva disposto anche un pratico raccoglitore in cartoncino, contenente già la prima moneta, per queste riproduzione al costo di 150 lire, acquistabile in edicola o spedendo alla ditta il medesimo valore in francobolli nuovi. Sebbene le monete sfuse siano abbastanza comuni, è proprio il raccoglitore il pezzo più difficoltoso da trovare.

Il metodo più facile per distinguerle dalle originali classiche per i non esperti di numismatica è osservare il bordo: se liscio si tratta sicuramente di una riproduzione della Perugina. 

Comunque ancor oggi queste monete fanno gola ai collezionisti del genere.

sabato 11 febbraio 2017

La Chiesa e la stampa: Indice dei libri proibiti

Indice dei libri proibiti, un elenco ufficiale delle pubblicazioni ritenute contrarie ai rigidi principi della dottrina e della morale cattolica, ovvero di opere ritenute «scandalose, pericolose o eretiche».
L’Indice dei libri proibiti fu pubblicato per la prima volta nel 1558 per decreto del pontefice Paolo IV dal tribunale ecclesiastico del Sant’Uffizio.
L‘invenzione della stampa a caratteri a mobili nel 1438 a opera del tedesco di Magonza Johann Gutenberg da una parte determinò un continuo aumento del numero e della varietà di volumi in circolazione e il progressivo abbassamento dei prezzi, dall’altro il graduale innalzamento del livello di istruzione della popolazione. Tale processo fu agevolato anche dalla stampa di testi non più solo in latino, lingua conosciuta e compresa da pochissimi, ma anche in volgare, cosa che rese la cultura fruibile a un numero molto più elevato di persone. Però la diffusione della cultura, e quindi della capacità critica, preoccupò le autorità, inducendole a operare il controllo.

Nel periodo della Riforma protestante, la diffusione dei testi in volgare garantiva l’aumento del numero dei fedeli che potevano apprendere i contenuti della nuova dottrina. Per contrastare questo fenomeno le autorità cattoliche reagirono con la censura, che consisteva nel controllo sistematico dei libri che ai fedeli era permesso leggere e possedere.
A partire dal papato di Paolo IV (1476-1559) l’attenzione delle autorità ecclesiastiche si rivolse principalmente ai testi di contenuto religioso o dottrinale. Una volta individuate le opere sgradite o ritenute pericolose si procedeva al loro inserimento nell’Index librorum prohibitorum, l’Indice dei libri proibiti, che compare ufficialmente nel 1558 e che verrà aggiornato continuamente fino alla sua abolizione, il 4 febbraio del 1966.
La libera circolazione era garantita solo ai testi che avevano ricevuto l’imprimatur, ovvero l’autorizzazione ecclesiastica alla stampa, dopo aver superato un minuzioso controllo da parte del Santo Uffizio (l’attuale Congregazione per la Dottrina della Fede) istituito da papa Paolo III nel 1542, lo stesso anno in cui indisse il Concilio di Trento.

Furono iscritti all’Indice dei libri proibiti opere religiose, tra cui alcune edizioni in volgare della Bibbia, testi di autori non cattolici, tutti i trattati di magia e di astrologia. Ricordiamo, poi, tra gli altri, personalità come Galileo Galilei che, oltre a veder proibiti i suoi rivoluzionari scritti di astronomia, fu imprigionato e costretto ad abiurare le sue teorie, o ancor più Giordano Bruno, che per le sue concezioni ritenute eretiche fu condannato e messo al rogo nell’anno 1600.

 Tra gli autori e i titoli inseriti nell’Indice dei libri proibiti alcuni spiccano più di altri, come il De Monarchia di Dante Alighieri, il Decameron di Giovanni Boccaccio, Il Principe di Niccolò Machiavelli, e in epoche successive filosofi come Cartesio o Kant; gli Enciclopedisti; letterati come Giacomo Leopardi, fino a Gabriele D’Annunzio e Eugenio Montale nel Novecento.

fonte :studiarapido.it

domenica 29 gennaio 2017

Due nuove coniazioni da 2 Euro commemorativi per l'Italia nel 2017


La prima sarà dedicata al 400° anniversario del completamento della basilica di San Marco a Venezia. L’edificio costituisce la chiesa principale della città, nonché la cattedrale metropolitana e la sede del patriarca. Fino alla caduta della Repubblica Serenissima, avvenuta nel 1797, è stata la chiesa palatina dell’attiguo palazzo Ducale.
La prima chiesa dedicata a San Marco, voluta da Giustiniano Partecipazio (undicesimo doge), fu costruita nell’820 per ospitare le reliquie di San Marco trafugate ad Alessandria d’Egitto da due mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello.
La primitiva chiesa di San Marco venne poco dopo (anno 832) sostituita da una nuova, che però andò in fiamme durante una rivolta nel 976 e fu quindi nuovamente edificata nel 978. La basilica attuale risale a un’altra ricostruzione iniziata nel 1063; ma l’edificio fu completato solo nel 1617.
Realizzata da Luciana de Simoni, la moneta ha una tiratura di 1.500.000 esemplari.

La seconda moneta sarà dedicata al 2000° anniversario della morte di Tito Livio. Egli nacque a Padova nel 59 a.C. e fu uno storico romano, autore di una monumentale storia di Roma: gli Ab Urbe Condita. L’opera narra la storia di Roma dalla sua fondazione (tradizionalmente datata 21 aprile 753 a.C.) fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto nel 9 a.C. L’opera si compone di 142 libri, ma è molto probabile che fossero previsti altri otto libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C.
Tito Livio morì a Padova nel 17 d.C.
L’immagine della seconda moneta non è ancora stata resa nota.

fonte :numistoria.altervista.org

venerdì 27 gennaio 2017

sabato 31 dicembre 2016

La storia del dollaro americano : Parte seconda

I 33 delegati del congresso continentale ratificarono la Dichiarazione d'indipendenza. Era il 4 luglio 1776. Proprio questo è l'avvenimento raffigurato sul retro della banconota da 2 dollari , ancora in corso.
Thomas Jefferson  principale promotore del documento e futuro presidente degli Stati Uniti , è raffigurato sul fronte della banconota.

domenica 25 dicembre 2016

Gli Erinnofili




Verso la metà dell'800 cominciarono a circolare gli erinnofili , specie di etichette per chiudere le lettere simili a dei francobollima senza nessun valore postale. Probabilmente si deve la loro nascita alla necessità di sostituire la complicata e più costosa ceralacca.


questi bolli venivano realizzati con scopi pubblicitari o commemorativi di eventi o con scopi di propaganda militare , politica o religiosa. Essi hanno sviluppato un elevato livello di raffinatezza grafica ed essenzialità e immediatezza di messaggio ,anticipando i concetti moderni di pubblicità.


Per quasi 100 anni  sono stati un importante veicolo di storia ,cultura , arte e tradizioni in tutti i paesi del mondo.



domenica 18 dicembre 2016

Regno di Sicilia: I francobolli di Ferdinando II

Francobolli con effigie di Ferdinando II
Ferdinando II succedette al padre Francesco I giovanissimo avviando un processo di risanamento delle finanze del Regno delle due Sicile . Sotto il suo dominio , le due Sicile conobbero un lungo  periodo di prosperità e progresso, con l'apice segnato dalla costruzione della ferrovia Napoli-Portici, la prima in Italia , e di impianti industriali all'avanguardia , come le officine di Pietrarsa. I primi francobolli del Regno furono emessi durante il suo dominio, esemplari molto apprezzati dai collezionisti.

sabato 10 dicembre 2016

Storia e caratteristiche della sterlina d’oro

Il 22 giugno 1816, durante il regno di re Giorgio III, il parlamento inglese decise l’abbandono dell’argento come base del sistema monetario a favore del gold standard. Nel 1817 la guinea d’oro da 21 scellini venne sostituita da una nuova sovrana del valore di 20 scellini. Sulle monete apparve per la prima volta l’immagine di San Giorgio nell’atto di uccidere il drago, realizzata dall’incisore italiano Benedetto Pistrucci.
La stabilità di questo sistema monetario fu una delle chiavi del successo commerciale britannico del XIX secolo. Nel 1919, dopo la Prima Guerra Mondiale, il gold standard venne abbandonato, per poi essere reintrodotto nel 1926 e per arrivare all’abbandono definitivo della convertibilità delle monete in oro che si ebbe il 21 settembre 1931 (l’ultimo anno di coniazione fu nella zecca sudafricana di Pretoria nel 1932). Si ricominciò a battere moneta per circolazione dal 1957 al 1982, ma piu che altro circolò tra collezionisti ed investitori. Poi negli anni tra il 1983 e il 1999 furono coniate solo monete fondo specchio (proof), mentre dal 2000, oltre alle proof, furono emesse monete brillanti (BU).

La sterlina (o sovrana) d’oro era composta da oro 916,66 ‰ (22 carati) ed aveva un diametro di 22 millimetri; queste caratteristiche sono in vigore ancora oggi.
Il peso ufficiale è di 7,98805 grammi, quindi il contenuto di fino è di 7,322325913 grammi; queste monete, quando circolavano, perdevano il loro valore legale quando il loro peso scendeva al di sotto di 7,93787 grammi, dunque il margine di tolleranza era di 0,05018 grammi.
Nel 1868 la Società Statistica di Londra stimò che ogni anno di circolazione facesse perdere alla sterlina 0,00276 grammi: ne consegue che ogni moneta poteva circolare per un massimo di 18 anni prima di perdere il suo valore legale. Altre fonti indicavano, prudenzialmente, un periodo massimo di 15 anni.
Quanto detto implica che le monete usurate o rovinate venivano ritirate e il loro oro era utilizzato per produrre nuove sterline. Quindi, anche se la tiratura complessiva delle sterline prodotte dal 1816 ad oggi risulta essere maggiore al miliardo di pezzi, ciò non significa che sono state utilizzate 8.000 tonnellate d’oro.
Anche i conii usati per produrre le sterline si usuravano e, nel XIX secolo, quando l’usura non permetteva una produzione di qualità elevata, i conii usurati venivano usati per produrre i farthings in rame (monete dal valore di 1/4 di penny).


Per conoscere il valore delle sterline
di borsa (le più comuni) clicca qui
 fonte :http://numistoria.altervista.org/blog

sabato 3 dicembre 2016

La placchetta del pellegrino

Il Testimonium

Il Testimonium è il documento con cui anticamente si certificava l’avvenuto pellegrinaggio di fedeli a Roma; è stato riportato alla luce dagli Archivi vaticani e dalla Biblioteca apostolica.
Questa placchetta o "quadrangula" dal XII al XVI secolo veniva portata da ogni pellegrino con sè . Serviva a dimostrare la veridicità del pellegrinaggio , garantendo ad ogni pellegrino ospitalità nei conventi e negli ostelli lungo la via .
Una piccola placchetta raffigurante i Santi Pietro e Paolo ,cucita solitamente sui mantelli.
L'originale in bronzo è custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
Anticamente veniva coniata in stagno o piombo , e nei secoli ha protetto il ritorno in patria di migliaia di fedeli dopo i loro viaggi votivi alla volta di Roma.

sabato 5 novembre 2016

Due nuove monete da 2 euro nel 2016 per Andorra

2€ Andorra 2016: “150° anniversario della nuova riforma del 1866”

 

 

Nel 2016 Andorra ha programmato l’emissione di una moneta per commemorare il “150° anniversario della nuova riforma del 1866”.
Il disegno raffigura la stanza principale della «Casa de la Vall» (sede del parlamento andorrano) con la dicitura «150 ANYS DE LA NOVA REFORMA DE 1866», l’anno di emissione «2016» e il nome dello Stato di emissione «ANDORRA». Questa moneta commemorativa celebra il 150° anniversario del decreto sulla nuova riforma, una delle tappe più importanti della storia di Andorra e del Consell General (parlamento andorrano), che ha segnato una svolta sociale e politica nel Principato di Andorra.



2€ Andorra 2016: “25° anniversario della radiotelevisione di Andorra”

 

 

Nel 2016 Andorra ha programmato l’emissione di una moneta per commemorare il “25° anniversario della radiotelevisione di Andorra”.
Il disegno raffigura un microfono e un’antenna circondati da varie linee concentriche con la dicitura «25è ANIVERSARI DE RÀDIO I TELEVISIÓ D’ANDORRA», l’anno di emissione «2016» e il nome dello Stato di emissione «ANDORRA». Questa moneta commemorativa celebra il 25° anniversario della creazione dei mezzi d’informazione pubblici ad Andorra con l’inizio delle trasmissioni della radio e della televisione pubbliche andorrane.

fonte : valueeurocoins.altervista.org

giovedì 6 ottobre 2016

Le monete in lire della Repubblica Italiana valgono qualcosa ?

Ancora oggi in molti ritrovano vecchie monete della Repubblica in cassetti o scatole dimenticate , e inevitabilmente scatta la fatidica  domanda : Quanto varranno ?

Bene per fugare ogni dubbio sulla questione pubblico questo piccolo promemoria ad uso dei novelli collezionisti . Buona collezione!


Le uniche monete della Repubblica Italiana che hanno un certo valore economico sono:
– 1, 2, 5 e 10 lire del 1946;
– 1, 2, 5 e 10 lire del 1947;
– 2 lire del 1958;
– 5 lire del 1956;
– 50 lire del 1958;
– 100 lire 1993, variante “testa piccola” (con un punto dopo la L nella firma dell’autrice);
500 lire in argento (per conoscere il valore minimo clicca qui);
– le monete recanti la scritta PROVA;
– le monete o le serie emesse appositamente per i collezionisti.
Tutte le altre potrebbero avere  valore solo se in conservazione FDC, ovvero perfette e mai circolate. In caso contario il valore commerciale è pari a zero.

martedì 27 settembre 2016

La storia del dollaro americano;Parte prima

1789 :E' l'anno della presa della Bastiglia, che diede inizio al primo moto repubblicano della storia, è ricordato anche per aver dato i natali al primo eroe della democrazia: George Washington.
Il primo Presidente campeggia sulla banconota da un dollaro fin dalla sua introduzione, rimasta sostanzialmente invariata nel tempo , divenendo la più longeva banconota attualmente in circolazione.

domenica 18 settembre 2016

Corso Venezia e una vetturetta OTAV, 1906.


La OTAV, acronimo di Officine Turkheimer per Automobili e Velocipedi, è stata una casa automobilistica italiana, attiva a Milano dal 1905 al 1908.
L'azienda venne fondata dall'industriale milanese Max Turkheimer, già conosciuto e apprezzato per la produzione delle biciclette e dei motocicli Turkheimer.
L'idea di Turkheimer fu quella di realizzare una vetturetta a due posti, particolarmente leggera, dalle dimensioni ridotte e alla portata della classe borghese.
Il modello OTAV 5½ hp, messo in vendita all'inizio del 1906, ebbe subito un buon successo di vendite in Italia e all'estero, ma la crisi del settore dell'anno successivo, dovuta all'esubero di produzione, mise in gravi difficoltà le case automobilistiche europee e la OTAV chiuse i battenti.



fonte :https://www.facebook.com/MILANO.sparita.e.da.ricordare

sabato 17 settembre 2016

150 anni fa la “Rivolta del Sette e Mezzo” di Palermo: perché, oggi, è importante ricordarla

Il 15 Settembre di 150 anni fa i palermitani scesero in piazza per ribellarsi agli assassini e predoni di casa Savoia. La rivolta durò sette giorni e mezzo e fu repressa nel sangue dai generali piemontesi. Ma anche se i soliti libri di storia hanno ignorato e continuano a ignorarla, “La Rivolta del Sette e Mezzo” rimane nella memoria dei palermitani che, quando vogliono, sanno ribellarsi alle prepotenze dei Governi romani e degli stessi sindaci che li vessano con tasse e balzelli truffaldini
“Se dovessi ripercorrere le strade della Sicilia, i siciliani mi prenderebbero a sassate”. Così scriveva Garibaldi ad Adelaide Cairoli nel 1866. I palermitani nel Settembre di quello stesso anno fecero molto di più, rivoltandosi e prendendo a fucilate i nuovi padroni dell’Isola. Il 15 Settembre del 1866, esattamente 150 anni fa, infatti, scoppiò a Palermo quella che è passata alla storia come “La rivolta del Sette e Mezzo”, così detta perché durò appunto sette giorni e mezzo. E precisamente dal 15 al 22 Settembre di quell’anno.





Erano passati appena sei anni dall’unità d’Italia, e già i siciliani si erano accorti a loro spese che il nuovo era anche peggio del vecchio.
Dall’assolutismo borbonico s’era passati ad un regime prevaricatore e repressivo, che aveva finito per tutelare, in una scontata logica gattopardiana, le stesse classi e la stessa aristocrazia terriera, il cui potere i siciliani si erano illusi fosse finito con l’unità d’Italia. Con il “Sette e Mezzo”, i palermitani si riscoprirono i degni eredi dei Vespri Siciliani, per lo spirito di ribellione, come allora, contro ogni forma di sopraffazione e di violenza.
Fu lo scontro feroce tra chi annettendo la Sicilia intendeva colonizzarla e chi da quell’annessione si illudeva di essere affrancato da ogni forma di dispotismo ed assolutismo: quella lotta all’assolutismo che aveva portato, nel 1860, alcuni siciliani a battersi a fianco dei garibaldini.
La rivolta scoppiò puntuale il 15 Settembre del 1866, al grido di “Viva la Repubblica”, “Viva santa Rosalia”, “Viva Francesco II“ ed allo sventolare delle bandiere rosse, a dimostrazione dell’eterogeneità e della spontaneità dell’insurrezione.
Alla rivolta presero parte renitenti di leva (in Sicilia quasi ventimila), ecclesiastici espropriati, repubblicani, mazziniani, socialisti, autonomisti, impiegati borbonici cacciati dai loro posti di lavoro, legittimisti, contadini che avevano sperato con le promesse di Garibaldi nella distribuzione delle terre ed avevano ricevuto soltanto fucilate ed i rappresentanti delle arti e dei mestieri, colpiti pesantemente dalla soppressione delle corporazioni religiose. Tutti accomunati nell’avversione verso un regime accentratore e dispotico, che nulla concedeva alle aspettative che il nuovo Stato unitario, in premessa, aveva illusoriamente creato.
Anche se la rivolta non ebbe un capo carismatico – e proprio per questo da alcuni storici fu definita “acefala” – furono proprio i rappresentanti delle corporazioni ad essere i soggetti propulsori della rivolta palermitana del “Sette e Mezzo”. Gli uomini che seppero condurre con disciplina l’azione degli insorti furono dei capisquadra riconosciuti autorevolmente nei vari quartieri di Palermo e rappresentanti delle varie corporazioni e dei ceti artigianali quali Francesco Bonafede (che in seguito aderirà all’internazionale socialista), Salvatore Nobile, Francesco Pagano, Salvatore Miceli; poi vi erano i reduci delle rivolte del 1848 e del 1860. Questi, grosso modo, furono i coordinatori strategici della rivolta.
Per dare maggiore legittimazione ed autorevolezza all’insurrezione venne costituito un comitato provvisorio rivoluzionario, rappresentativo di tutte le componenti che avevano promosso la rivolta, con la presenza anche di aristocratici, quali il marchese di Torrearsa ed il principe di Linguaglossa. A quest’ultimo venne affidato il compito di presiedere la rivolta.
Una volta sedata la sommossa gli aristocratici si dissoceranno e diranno di essere stati costretti con la forza a far parte del comitato.
La vera forza e la motivazione ideale dei rivoltosi fu la consapevolezza della “giusta causa” per la quale si battevano, spinti ormai da una condizione che andava oltre ogni limite di sopportazione per lo stato di prostazione sociale e di repressione autoritaria cui erano stati sottoposti dal nuovo governo Italo-piemontese con nuove tasse, la coscrizione obbligatoria e, in ultimo, la soppressione delle corporazioni religiose in applicazione alla legge Siccardi (già vigente nel regno di Sardegna sin dal giugno del 1850), con la conseguenza di buttare sul lastrico più di diecimila famiglie nella sola città di Palermo.
In poche ore, i rivoltosi, così fortemente motivati, riuscirono a sconfiggere le truppe sabaude comandate dal generale Calderina ed assumere in pieno il controllo della situazione.
Nei giorni successivi al 15 Settembre furono sbarcati nel porto di Palermo, ad ondate successive, più di 40.000 regi agli ordini del generale Aglietti prima e del generale Raffaele Cadorna poi, per reprimere nel sangue la rivolta e decretare lo stato d’assedio della città di Palermo.
In quegli eroici sette giorni i palermitani provarono l’ebbrezza e coltivarono la speranza di essere padroni dei loro destini, del loro futuro e della loro città. Avevano costretto ad asserragliarsi a Palazzo di Città, il generale Gabriele Camozzi, comandante delle guardia nazionale forte di 12.000 uomini, il prefetto Torrelli e il sindaco marchese Starrabba di Rudinì.
Alla fine di quelle eroiche sette giornate di lotta, quando si trovarono davanti 40.000 militari (fanti, granatieri e bersaglieri) sbarcati ad ondate successive da decine e decine di vascelli militari ed anche da navi mercantili) i rivoltosi di Palermo furono costretti alla resa.
I caduti e i feriti per le strade si contarono a migliaia. Mentre il generale Raffaele Cadorna (padre di Luigi, l’artefice delle disfatta di Caporetto), ormai padrone della piazza, poteva decretare lo stato d’assedio della città.
La reazione e le rappresaglie più sanguinose e terribili non si fecero attendere. Mentre da parte dei rivoltosi, per tutto il tempo della sommossa, sì era tenuto un contegno corretto, da veri rivoluzionari e non da briganti, senza che ci si abbandonasse a saccheggi e vendette personali o a ruberie, diverso fu il comportamento delle truppe regie e governative una volta ristabilito l’ordine.
In questo senso è significativa l’autorevole testimonianza del console di Francia dell’epoca a Palermo, che sul corretto comportamento dei rivoltosi durante la sommossa così ebbe a scrivere:
“I numerosi soldati ed ufficiali, che sono stati fatti prigionieri, non sono stati fatti oggetto di alcun cattivo trattamento. Tutti i consolati e le delegazioni straniere sono state rispettate. Questa condotta – concludeva il console di Francia a Palermo – non è certo quella dei briganti, ma di veri rivoluzionari che si rifanno ad un ideale, ad uno scopo politico ed a una giusta causa”.
In una lettera, un ufficiale dei granatieri, Antonio Cattaneo, a testimonianza delle atrocità commesse dai regi, scrisse ad alcuni amici.
“Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti ci capitavano. Anzi il 23 Settembre, condotti fuori porta circa 80 arrestati si posero in un fosso e ci si fece fuoco addosso, finché bastò per ucciderli tutti”.
Ma ancor più raccapricciante, quando lo stato d’assedio posto dal generale Cadorna era stato già revocato con il ritorno, si fa per dire, alla legalità, fu quanto accadde tra il 12 ed il 15 Gennaio del 1867. Due gruppi di detenuti, senza alcun processo e senza alcuna sentenza, furono fucilati dalle truppe durante l loro traduzione a Palermo. Stesso destino per altri cinque prigionieri provenienti da Misilmeri, fucilati ad un paio di chilometri dal capoluogo.
Una rivolta quella del “Sette e Mezzo” del Settembre del 1866 epica e certamente gloriosa ma, more solito, puntualmente ignorata e dimenticata dai libri di scuola e dalla storiografia risorgimentale. Una rivolta che rimane un’eroica pagina della storia del popolo palermitano e proprio perché dimenticata è da parte nostra un atto dovuto ricordarla nella ricorrenza del suo 150° anniversario.

fonte : http://www.mybelice.it