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giovedì 2 giugno 2016

Il Conte Ugolino della Gherardesca



William Blake, Il conte Ugolino e i suoi figli in prigione, 1826. Cambridge, The Fitzwilliam Museum.

Il conte Ugolino della Gherardesca nacque nella prima metà del Duecento da nobile famiglia pisana di origine sarda, che possedeva feudi in Maremma e in Sardegna.
Sebbene appartenesse a una stirpe tradizionalmente ghibellina, nel 1275 si accordò col genero Giovanni Visconti per far trionfare a Pisa il partito guelfo. Scoperta la congiura il conte Ugolino fu bandito, ma rientrò in città l’anno seguente e in breve acquistò grande autorità e prestigio.
Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria (1284), divenne podestà di Pisa.
Per fronteggiare le pressioni delle città alleate con Genova, il conte Ugolino cedette ai Lucchesi e ai Fiorentini alcuni castelli, tra cui quelli di Viareggio, Bientina e Fucecchio.
L’anno seguente rafforzò il suo potere, associandosi al nipote Ugolino Visconti.
Nel 1288 i Ghibellini insorsero sotto la guida dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie più prestigiose della città: il conte Ugolino venne catturato e imprigionato nella torre della Muda, insieme a due dei figli che ebbe da Margherita dei Pannocchieschi: Gaddo e Uguccione, e due nipoti, figli del primogenito Guelfo II e d’Elena, figlia naturale di re Enzo: Nino, detto il Brigata e Anselmuccio.
Dopo alcuni mesi di prigionia, nel 1289, vennero lasciati morire di fame. La torre fu riaperta quando non si sentì più provenire da essa alcun gemito e i corpi furono sepolti nella chiesa di San Francesco.
Subito dopo l’arcivescovo Ruggieri si fece nominare podestà di Pisa, ma sopraffatto dai contrasti interni e dalla violentissima bolla papale scagliata contro di lui nel 1289 dal papa Niccolò IV, rinunciò al suo ufficio e si recò a Viterbo, dove morì nel 1295.
 Il conte Ugolino nell’Inferno di Dante

Il conte Ugolino della Gherardesca deve la sua notorietà al ruolo di protagonista che Dante gli assegna in un episodio tra i più ampi dell’Inferno (Canto XXXII, vv.124-139; Canto XXXIII, vv.1-90).
La storia precedente la prigionia non viene raccontata da Dante perché si tratta di una vicenda nota ai lettori del tempo.
La scena alla quale Dante si trova ad assistere è orribile e raccapricciante: un dannato addenta furiosamente il cranio di un altro. Dante chiede allo spirito chi sia e perché odii a tal punto il suo compagno di pena. Lo spirito interrogato risponde. È il conte Ugolino, e si accanisce contro l’arcivescovo Ruggieri, pisano come lui. Fidandosi di quest’ultimo, Ugolino era stato ingannato e imprigionato in una torre con due figli e due nipoti. Trascorsi alcuni mesi egli era stato turbato da un sogno: durante una battuta di caccia guidata dall’arcivescovo Ruggieri, il conte Ugolino e i suoi venivano azzannati da cagne fameliche. Svegliatosi all’improvviso aveva sentito i figli piangere e chiedere cibo nel sonno. Di lì a poco le porte della torre vengono inchiodate. I figli invocano l’aiuto del padre, ma egli non risponde alle loro domande e richieste per un giorno intero e una notte. Alle prime luci del nuovo giorno riconosce nei loro volti emaciati la sua stessa sofferenza dettata dalla fame e in un momento di furore si morde le mani. I figli equivocano quel gesto e si offrono in sacrificio al padre. Allora Ugolino si calma e nei giorni successivi si trova costretto ad assistere alla morte di ciascuno di loro; lui è l’ultimo a morire. Terminato il racconto, il conte Ugolino si avventa di nuovo sull’arcivescovo Ruggieri: il conte morde il cranio dell’arcivescovo o perché questi lo affamò o perché (seguendo un’interpretazione vicina al mito di Crono) fu ridotto a cibarsi dei figli per colpa sua.





fonte: studiarapido.it

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