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martedì 2 agosto 2016

Targa Florio: la corsa automobilistica più antica del mondo

Il progetto di un circuito in Sicilia nacque nella fantasia di Vincenzo Florio nel 1905 dopo la disputa della Coppa Florio a Brescia. In quegli anni ormai avvolti nel mito del personaggio, l'automobilismo nasceva e prosperava in Francia e Florio, rampollo di una fortunata famiglia che aveva ereditato le grandi fortune accumulate dal genio commerciale e industriale del senatore Vincenzo Florio, strenuo rappresentante del commercio siciliano nel mondo, si trasferiva continuamente in terra francese, e manteneva stretti ed affettuosi rapporti con Henry Desgranges.
L'idea matrice della “Targa” fu un “giro” di strade che riunisse in qualche centinaio di chilometri tutte le accidentalità, tutti gli svantaggi, i problemi, i bisogni, le difficoltà di un qualunque viaggio automobilistico. Il contributo del Club Alpino Siciliano portò alla scelta del tracciato delle Madonie, anche per merito del conte d'Isnello.
La prima Targa Florio fu regolarmente ed esemplarmente disputata il 5 maggio 1906. Il Sen. Florio mise a disposizione dei partecipanti le navi delle sue compagnie, e con traguardo a Buonfornello, e percorso sul grande circuito delle Madonie, con una pittoresca teoria di bersaglieri piantonati lungo i punti-base del tracciato, la corsa scattò e visse la sua prima avventura.

Il grande circuito delle Madonie, Km. 146,901, scattava dal rettilineo di Buonfornello e si snodava attraverso Cerda, Caltavuturo, Castellana, Petralia Sottana, Petralia Soprana, Geraci, Castelbuono, Isnello, Collesano, Campofelice di Roccella e Buonfornello.
Vinse Alessandro Cagno su Itala in 9 ore e 32 minuti e 22'' e secondo fu Ettore Graziani anche lui su Itala, terza la Berliet di Bablot: come dire che l'affermazione della nascente industria italiana fu squillante.

L'epopea di Vincenzo Floiro era iniziata: di una gara “che ha lo scopo altamente utilitario di mettere in evidenza non già le auto eccezionali, ma le migliori vetture di tipo ed uso comune, ed il criterio intorno alla consistenza, cioè al valore delle industrie dell'auto”.
Un'epoca che trasformava il volto delle cittadine: del gran quartier generale della corsa Termini Imerese ad esempio; e che nello stesso anno faceva scrivere al pioniere alcune considerazioni illuminanti su una rivista universale d'automobilismo, con testo francese e tedesco, e che ha lasciato ai posteri la storia di quegli anni avventurosi.
 Ma nessuna forza al mondo avrebbe ormai potuto impedire a Florio di dare corso alla sua epopea. ... Il 22 aprile 1907 si disputò la seconda edizione e l'industria automobilistica d'Europa si trasferì a Termini già dieci giorni prima della corsa, con i suoi dirigenti, i suoi tecnici e massicce squadre di operai. Una città sovvertita nelle sue abitudini, attraversata in lungo e in largo da questa invasione di automobili in un asfissiante boato di motori fischiettanti.

“Se la prima impressione è quella che conta, io dovrei conservare della Targa FlorIo un ricordo sgradevole, come il mal di mare. Poiché era autentico mal di mare quel malessere che mi aveva assalito verso la fine dei lunghi 108 chilometri del Circuito delle Madonie, la prima volta che li percorsi, dopo aver infilato, una dopo l'altra, tutte quelle curve: quante non so dirvi, benchè mi fossi prefisso di contarle.

Perchè il Circuito delle Madonie non è un percorso stradale come tanti altri – sia pure celebri per le loro difficoltà – è una burrasca di curve che dura per oltre cento chilometri.

A percorrerlo in corsa, alle medie che oggi si raggiungono, si ha più l'impressione di trovarsi su di un motoscafo alle prese con le più capricciose onde marine, che non su di una macchina stabilmente piazzata su quattro ruote.

Avete mai provato a contare le onde del mare? Compito abbastanza arduo: no? Ebbene lo stesso sarebbe a voler contare le curve del Circuito delle Madonie. C'è chi dice che sono 1500; chi dice che sono più di 2000, chi non meno di 5000. Io non posso dirvelo per via del mio mal di mare, ma è certo che sono tante e l'una diversa dall'altra, e l'una all'altra vicinissima sì che giustifico l'impressione della burrasca di curve in cui venni a trovarmi in quell'indimenticabile primo giro del Circuito, caro Vincenzo Florio, non per nulla armatore di navi e di organizzazioni; armatore e campione degli sports meccanici in terra e in acqua.

E' il fascino delle difficoltà e del rischio. Il vero automobilista non ama la strade facili, come il marinaio non ama il mare tranquillo.

E come in Italia vengono da tutte le parti del mondo per ammirare le bellezze della nostra terra, i capolavori della nostra arte, le vestigia della nostra civiltà millenaria, così in Italia s'ha da venire per vivere questa gara che non ha l'eguale. E quando un costruttore – italiano o straniero che sia – vuole dar lustro alla sua marca e garantire la bontà della sua produzione e delle sua vetture, non ha che da scegliere questa gara, la sola, che agli occhi del pubblico di tutto il mondo dia il responso che non si discute.
Remota io recente, la consacrazione della Targa Florio l'ebbero tutte le grandi marche europee. ... Se tu ne rifai la storia è tutto l'automobilismo italiano che passa dinanzi ai tuoi occhi come in una visione, con le sua manifestazioni liete o tristi, con i suoi campioni, con le sue conquiste.
Ed al tuo cuore di italiano e di sportivo la Targa Florio appare allora non più come una manifestazione di tecnica o di sport o di propaganda, ma come l'espressione più completa e più potente delle nostre conquiste in campo che sembrava precluso a noi popolo di artisti, di poeti e di guerrieri”.
G. Canestrini
  
fonte http://www.prolocotermini.it/

“ …….. Nemmeno se coprissi tutto il giro di settantadue chilometri troverei un posto tranquillo e con un po' di ombra libera - racconta Salvatore Requirez, appassionato fotografo dei tempi della Targa.

Ovunque c'è gente.

Un mare di gente che ondeggia davanti a me.

Appollaiati sui muretti, assiepati dietro le transenne, bivaccati ai margini della strada tifosi di ogni età sono lì da stanotte.
foto tratte da :http://www.forum-auto.com/

lunedì 4 luglio 2016

domenica 5 giugno 2016

La manifattura del tabacco nella Roma pontificia

LA LAVORAZIONE DEL TABACCO VENNE INTRAPRESA A ROMA ALLA METÀ DEL XVIII SECOLO. VARIE FURONO LE MANIFATTURE PAPALI. NEL 1863 PAPA PIO IX NE INAUGURÒ LA SEDE STABILE A TRASTEVERE, EVENTO RICORDATO IN UNA MEDAGLIA.


 di Fabio Robotti


L’uso del tabacco venne introdotto nella Roma pontificia dal cardinale Prospero Publicola de Santa Croce (1514-1589) che, in qualità di Nunzio Apostolico in Portogallo, ebbe l’occasione di incontrare, alla corte di re Sebastiano I, l’accademico di Francia Jean Nicot (1530-1600) e di sperimentare il fiuto del tabacco. Il celebre erudito francese, che in quel periodo ricopriva l’incarico di ambasciatore aveva, infatti, impiantato una coltivazione di tabacco nei giardini reali di Lisbona.
L’uso del tabacco si diffuse rapidamente a larghe fasce della società poiché era diffusa la credenza che la sua assunzione, fiutandolo ovvero fumandolo in pipa, giovasse alla salute per le sue virtù medicali.


Segue: LA MANIFATTURA DEL TABACCO NELLA ROMA PONTIFICIA
articolo completo in formato pdf, tratto da Panorama Numismatico nr.318 – Giugno 2016

venerdì 3 giugno 2016

Medaglia Monastero San Benedetto Pisa 1978

Si tratta di una medaglia commemorativa per il restauro della facciata dell'ex monastero delle benedettine sul lungarno di Pisa.
http://www.sbappsae-...lle-benedettine
L'ex monastero, chiuso al culto, venne acquistato e restaurato dalla Cassa di Risparmio di Pisa.


DrittoVerso
. • CASSA • DI • RISP _ ARMIO • DI • PISA • •figura allegorica, velata, seduta di fronte, regge frutti in grembo - • RIPRISTINO • _ MONASTERO • DI • S. BENEDETTO • _ • ANNO • 1978 • Prospetto del Monastero
in basso: M. BERTINI
Contorno: liscio



giovedì 2 giugno 2016

Il Conte Ugolino della Gherardesca



William Blake, Il conte Ugolino e i suoi figli in prigione, 1826. Cambridge, The Fitzwilliam Museum.

Il conte Ugolino della Gherardesca nacque nella prima metà del Duecento da nobile famiglia pisana di origine sarda, che possedeva feudi in Maremma e in Sardegna.
Sebbene appartenesse a una stirpe tradizionalmente ghibellina, nel 1275 si accordò col genero Giovanni Visconti per far trionfare a Pisa il partito guelfo. Scoperta la congiura il conte Ugolino fu bandito, ma rientrò in città l’anno seguente e in breve acquistò grande autorità e prestigio.
Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria (1284), divenne podestà di Pisa.
Per fronteggiare le pressioni delle città alleate con Genova, il conte Ugolino cedette ai Lucchesi e ai Fiorentini alcuni castelli, tra cui quelli di Viareggio, Bientina e Fucecchio.
L’anno seguente rafforzò il suo potere, associandosi al nipote Ugolino Visconti.
Nel 1288 i Ghibellini insorsero sotto la guida dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie più prestigiose della città: il conte Ugolino venne catturato e imprigionato nella torre della Muda, insieme a due dei figli che ebbe da Margherita dei Pannocchieschi: Gaddo e Uguccione, e due nipoti, figli del primogenito Guelfo II e d’Elena, figlia naturale di re Enzo: Nino, detto il Brigata e Anselmuccio.
Dopo alcuni mesi di prigionia, nel 1289, vennero lasciati morire di fame. La torre fu riaperta quando non si sentì più provenire da essa alcun gemito e i corpi furono sepolti nella chiesa di San Francesco.
Subito dopo l’arcivescovo Ruggieri si fece nominare podestà di Pisa, ma sopraffatto dai contrasti interni e dalla violentissima bolla papale scagliata contro di lui nel 1289 dal papa Niccolò IV, rinunciò al suo ufficio e si recò a Viterbo, dove morì nel 1295.
 Il conte Ugolino nell’Inferno di Dante

Il conte Ugolino della Gherardesca deve la sua notorietà al ruolo di protagonista che Dante gli assegna in un episodio tra i più ampi dell’Inferno (Canto XXXII, vv.124-139; Canto XXXIII, vv.1-90).
La storia precedente la prigionia non viene raccontata da Dante perché si tratta di una vicenda nota ai lettori del tempo.
La scena alla quale Dante si trova ad assistere è orribile e raccapricciante: un dannato addenta furiosamente il cranio di un altro. Dante chiede allo spirito chi sia e perché odii a tal punto il suo compagno di pena. Lo spirito interrogato risponde. È il conte Ugolino, e si accanisce contro l’arcivescovo Ruggieri, pisano come lui. Fidandosi di quest’ultimo, Ugolino era stato ingannato e imprigionato in una torre con due figli e due nipoti. Trascorsi alcuni mesi egli era stato turbato da un sogno: durante una battuta di caccia guidata dall’arcivescovo Ruggieri, il conte Ugolino e i suoi venivano azzannati da cagne fameliche. Svegliatosi all’improvviso aveva sentito i figli piangere e chiedere cibo nel sonno. Di lì a poco le porte della torre vengono inchiodate. I figli invocano l’aiuto del padre, ma egli non risponde alle loro domande e richieste per un giorno intero e una notte. Alle prime luci del nuovo giorno riconosce nei loro volti emaciati la sua stessa sofferenza dettata dalla fame e in un momento di furore si morde le mani. I figli equivocano quel gesto e si offrono in sacrificio al padre. Allora Ugolino si calma e nei giorni successivi si trova costretto ad assistere alla morte di ciascuno di loro; lui è l’ultimo a morire. Terminato il racconto, il conte Ugolino si avventa di nuovo sull’arcivescovo Ruggieri: il conte morde il cranio dell’arcivescovo o perché questi lo affamò o perché (seguendo un’interpretazione vicina al mito di Crono) fu ridotto a cibarsi dei figli per colpa sua.





fonte: studiarapido.it

venerdì 27 maggio 2016

Breve storia della Lira dalle sue origini

fonte :radiomarconi.com




La Lira nasce come moneta di conto con la riforma monetaria voluta da Carlo Magno Re dei Franchi (742-814), fondatore e Imperatore del Sacro Romano Impero. Tale riforma stabiliva che da una libbra o libra d’argento (434 grammi) fossero ricavati 240 Denari oppure 20 Soldi pertanto un Soldo valeva 12 Denari.
Parliamo di moneta di conto poiché, in effetti, per un lungo periodo furono coniati solo i Denari il cui peso da grammi 1,809 col passare del tempo subì molte riduzioni fino a calare a un terzo nell’Undicesimo Secolo.Tale sistema di divisione della Lira in Soldi e dei Soldi in Denari è sopravvissuto, pur con molte modificazioni, fino a tempi recenti.
In Italia è stato completamente sostituito dopo l’Unificazione, mentre in Gran Bretagna ha cessato di esistere nel 1971 anno in cui è stato introdotto il Sistema Decimale
Le prime vere Lire fecero la loro apparizione nella seconda metà del millecinquecento dopo tre secoli nei quali la moneta più usata e gradita era il Grosso. I primi Grossi furono battuti a Venezia sotto il Dogato di Enrico Dandolo (1192-1205), erano coniati in buon titolo d’argento (965 millesimi) e pesavano grammi 2,18 cioè 10 Denari.
Sempre Venezia nel 1472 batte la prima Lira: la Lira d’argento da 20 Soldi di Niccolò Tron (grammi 6,52 titolo 948 millesimi).
A Milano nel 1474, era allora duca Galeazzo Maria Sforza, fu deciso di battere una Lira in buon argento chiamata poi Testone.
Testoni furono battuti anche in Piemonte da Carlo I di Savoia e a Genova sotto la dominazione milanese; in seguito questo tipo di moneta si diffuse su tutto il territorio italiano ed anche oltralpe. Queste Lire non erano tutte uguali per contenuto di metallo fino poiché ogni città faceva riferimento a libbre diverse e di conseguenza aveva un’unità di base differente.
Perciò troviamo la Lira milanese, la Lira moceniga a Venezia, la Lira genovese, la fiorentina, la savoiarda, la toscana, la mantovana, la bolognese, ecc.
Sotto il Regno di Vittorio Emanuele II sono state emesse dieci diverse Lire in quattro diverse Zecche: Firenze, Torino, Milano e Napoli con quattro diversi millesimi e con due diversi rovesci: lo stemma oppure il valore.
Con Umberto I furono battuti sette diversi millesimi nel solo tipo testa/stemma in due sole Zecche: Milano e Roma.
Vittorio Emanuele III con la sua passione per la numismatica ci ha lasciato ben cinque tipi differenti di lire con ventisette millesimi, tutti coniati nella Zecca di Roma.
Se qualcuno avesse potuto accantonare durante il Regno D’Italia una lira nuova di Zecca per ogni emissione (44 Lire), oggi col valore numismatico acquisito si troverebbe con un valore, stimato sul catalogo Gigante 2001 di Lire 184.000.000; se avesse invece accantonato monete provenienti dalla circolazione (BB), oggi avrebbe un valore di Lire 31.000.000 (16.092,44 Euro).
La Repubblica Italiana ha coniato Lire con quattordici diversi millesimi in due soli tipi e tutte a Roma.

Un episodio storico sulla Lira


Si incontrarono segretamente a Palazzo Loup, antica residenza dell’omonima famiglia che si trova a Loiano, sull’Appennino bolognese e lì, il 28 settembre 1859, decisero di adottare la Lira come moneta unica per il futuro Regno d’Italia. All’incontro segreto parteciparono Bettino Ricasoli, Carlo Luigi Farini, Marco Minghetti, Rodolfo Audinot e Lionetto Cipriani. Insieme decisero l’abolizione delle barriere doganali e l’adozione della moneta unica, la Lira, poi rimasta in corso fino al primo marzo 2002. Con loro c’era anche il padrone di casa, Luigi Loup, di origini svizzere e a Loiano per aver sposato una nobildonna bolognese; grande amico di alcuni dei più noti personaggi bolognesi del Risorgimento, Loup mise a disposizione il suo palazzo perché logisticamente comodo per tutti (Episodio menzionato da una targa al piano nobile della villa e da un articolo del ‘Monitore toscano’ del 12 ottobre 1859).
A organizzare le iniziative della ricorrenza dei 150 anni è il Comitato Scanello (dal nome della Frazione di Loiano in cui si trova la Villa) presieduto da Remo Baldassari, attuale proprietario di Palazzo Loup. La dimora, costruita probabilmente sui resti di un castello che nel 1078 Matilde di Canossa regalò all’arcivescovo di Pisa, nel 1805 ospitò Papa Pio VII di passaggio dopo l’Incoronazione di Napoleone. Da anni è un albergo a quattro stelle con 50 camere e una sala ricevimenti.
                                                     Loiano (Bo): Palazzo Loup

                                             Loiano (Bo): Palazzo Loup - Targa al piano nobile della villa


5 LIRE (1808) - Coniata dalla Zecca di Bologna, battuta dal Regno d'Italia, si tratta della prima moneta in lire che ha circolato in Romagna.


 
 
Rieti: Il Monumento della Lira fu inaugurato il 1° marzo 2003 in Piazza Cavour.
La Statua fu creata sul progetto di Daniela Fusco dalle Fonderie Caggiati di Parma;
come materiale per la fusione della Statua sono state usate 2.200.000 monete da 200 lire.
 







sabato 14 maggio 2016

La prima moneta sferica: un globo terrestre completo di Swarovski

 Fonte repubblica.it
La Zecca della Polonia ha vinto tre premi prestigiosi nel 29° concorso internazionale di numismatica organizzato nel corso della Conferenza dei direttori delle zecche a Bangkok. Tra questi, ha ricevuto il titolo di
"medaglia più tecnologicamente avanzata", grazie alla creazione della prima moneta sferica del mondo coniata per l'isola di Niue (a nordest della Nuova Zelanda). La moneta, mostrata al The Mint Of Poland Exhibition a Varsavia, ha il valore di 7 dollari, pesa 217,7 grammi e ha un diamentro di 34 millimetri. Intorno alla sfera è inciso il globo terrestre che si rifà a una mappa storica del 1638, presente nella collezione della Boston Public Library, disegnata a mano dal cartografo olandese Willem Janszoon Blaeu, autore del primo atlante mondiale. Nella moneta sono stati incastonati degli Swarovski in corrispondenza delle sette meraviglie del mondo: la Grande Muraglia cinese, Petra, la statua del Cristo Redentore, Machu Picchu, il Colosseo, il Taj Mahal e Chichen Itza

sabato 23 aprile 2016

Il Santo Graal, realtà o mito?

Le leggende del Santo Graal fiorirono nel XII secolo, al tempo delle Crociate e furono ben presto collegate ai poemi del ciclo bretone di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, grazie soprattutto a Chrétien de Troyes, il cui romanzo incompiuto “Perceval ou le comte du Graal” citava per la prima volta il Santo Graal.
Che cos’è esattamente il Santo Graal? Su questo argomento esistono le versioni più disparate. Ma, secondo la tradizione più diffusa, il Graal è il calice che fu usato da Gesù nell’Ultima cena e che poi Giuseppe d’Arimatea, un discepolo, utilizzò per raccogliere il sangue sgorgato dalle ferite dello stesso Gesù al momento della deposizione dalla croce.
Trasportato in terra bretone dallo stesso Giuseppe d’Arimatea, il Santo Graal venne custodito a lungo in un luogo segreto, ma poi fu trafugato dagli infedeli, che volevano servirsene come di un oggetto magico. Compito dei cavalieri cristiani della Tavola Rotonda era quello di rintracciare la sacra coppa per poterla riportare in Terrasanta, a Gerusalemme. Ma non bastava il valor militare per poter compiere questa missione: soltanto un uomo animato da grande fede e che si era purificato dai peccati attraverso sacrifici, rinunce e sofferenze poteva sperare di conquistare il Santo Graal e con esso la felicità suprema. Delle decine e decine di cavalieri che partirono alla ricerca del Graal soltanto pochissimi raggiunsero lo scopo.
Una leggenda racconta che questa fortuna toccò a Bors, Percival (o Parsifal) e Galaad, trasportati su una terra sconosciuta da una nave misteriosa. Dopo aver visto la coppa, Galaad e Percival chiesero di morire, perché non riuscivano a immaginare una gioia più grande; soltanto Bors poté tornare in patria per raccontare l’accaduto alla corte di Re Artù.
Il mito del Santo Graal è giunto sino ai nostri giorni: continuano infatti a uscire romanzi legati ad esso e periodicamente si torna a parlare dei luoghi in cui esso potrebbe essere custodito ancora oggi. Si citano ad esempio località della Francia, della Spagna, dell’Inghilterra e anche del nostro Paese. Tra i siti italiani più accreditati c’è Castel del Monte, nei pressi di Andria (Bari), un grandioso edificio che sorge isolato su una collina. Fu fatto costruire dall’imperatore Federico II di Svevia, che lo volle a pianta ottagonale e rinforzato da otto torri anch’esse ottogonali. Forse proprio per questa sua originalissima planimetria, che gli conferisce un aspetto enigmatico e misterioso, il castello è stato spesso indicato come uno dei possibili nascondigli del Santo Graal.

Fonte : studiorapido.it

venerdì 22 aprile 2016

Atlantic ; Piccoli soldatini per grandi emozioni e ricordi.

Quanti di voi hanno giocato con questi minuscoli soldatini di plastica ? Quanti pomeriggi lieti avete trascorso in loro compagnia ? Io un bel po' , e non solo con loro.


Ho giocato con "I Bersaglieri D'Italia " , "Alpini D'Italia","Sommozzatori D'Italia", e ancora con


 la "Squadra comando motorizzata " . Inoltre ho posseduto anche qualche plastico per completare la libidine .
Non erano il massimo per bellezza e precisione. A volte ,capitava qualche pupazzetto difettoso , stampato male. Le confezioni promettevano molto di più , riuscendo tuttavia a segnare un periodo della mia infanzia.  E voi con quali avete giocato ? Li possedete ancora ?

domenica 17 aprile 2016

MOSTRA DI ANTICHE BICICLETTE AL CENTRO COMMERCIALE

ANCHE ALL'INTERNO DEI CENTRI COMMERCIALE SI POSSONO TROVARE DELLE BELLISSIME INIZIATIVE COME QUESTA.

ECCO ALCUNE DELLE MERAVIGLIE ESPOSTE.

LATTAIO 1948 (ITALIA)
TRICICLO CELLULARE 1898 STATI UNITI D'AMERICA , DESTINATO AI BREVI TRASFERIMENTI DEI DETENUTI . VENIVANO FATTI SEDERE SUL SELLINO CENTRALE E AMMANETTATI A QUELLO POSTERIORE. ANCORA CORREDATO DI MANETTE.

BICICLETTO 1889 (INGHILTERRA)

BICICLO 1875 (INGHILTERRA)

MICHAUX 1870 (INGHILTERRA)

CELERIFERO 1791 (FRANCIA)




BIANCHI 1952 CON CUI FAUSTO COPPI VINSE TOUR E GIRO
CICLO ELASTICO 1924 (ITALIA)

ARROTINO 1920 (ITALIA)

UFFICIALI BERSAGLIERI 1925 CORREDATA DI PORTASCIABOLA


POMPIERI 1905(INGHILTERRA)
CAVALLO DEL BERAGLIERE 1912 . DOTATA DI PORTA FUCILE.

DAVVERO MOLTO INTERESSANTE  NON TROVATE ?

domenica 10 aprile 2016

Collezione maniacale immensa

Si possono avere tutti i dischi del mondo? Tutti, tutti quelli stampati dall’inizio dell’era del vinile? C’è un signore di 62 anni, un ricco imprenditore brasiliano, Zero Freitas che ci sta provando: sicuramente possiede diversi milioni di 33 giri e sicuramente è il collezionista più accanito del Pianeta, come racconta il New York Times che l’ha scovato a San Paolo.
[Esplora il significato del termine: Proprietario di una linea di autobus nella megalopoli sudamericana e fornitore di strumentazione per concerti, Freitas ha sviluppato questa mania in tenera età. Dal primo disco di Roberto Carlos ai tremila posseduti alla fine del liceo il passo è stato breve, insomma il signor Zero ha una rara sindrome: non può smettere di comprare dischi «Sono quarant’anni che vado in terapia per cercare di capire perché, ma non ci sono ancora riuscito». Ammassati in un enorme magazzino di 2000 metri quadri, i vinili vengono catalogati da una squadra di dodici stagisti: Freitas acquista tutti giorni, con un ritmo medio di 500 copie al dì. Ha rilevato di recente tre milioni di esemplari da un rivenditore di Pittsburgh e ha 100.000 dischi cubani, in pratica tutto quanto sia mai stato stampato nell’isola. Il collezionista ha poi agenti a New York, a Rio, in Europa che scovano ogni giorno rarità nei negozi, in rete, dai privati.] Proprietario di una linea di autobus nella megalopoli sudamericana e fornitore di strumentazione per concerti, Freitas ha sviluppato questa mania in tenera età. Dal primo disco di Roberto Carlos ai tremila posseduti alla fine del liceo il passo è stato breve, insomma il signor Zero ha una rara sindrome: non può smettere di comprare dischi «Sono quarant’anni che vado in terapia per cercare di capire perché, ma non ci sono ancora riuscito». Ammassati in un enorme magazzino di 2000 metri quadri, i vinili vengono catalogati da una squadra di dodici stagisti: Freitas acquista tutti giorni, con un ritmo medio di 500 copie al dì. Ha rilevato di recente tre milioni di esemplari da un rivenditore di Pittsburgh e ha 100.000 dischi cubani, in pratica tutto quanto sia mai stato stampato nell’isola. Il collezionista ha poi agenti a New York, a Rio, in Europa che scovano ogni giorno rarità nei negozi, in rete, dai privati.


Fonte: corriere.it

mercoledì 6 gennaio 2016

Il significato del termine F E R T

Motto dell'Ordine cavalleresco della Ss. Annunziata istituito da Amedeo VI di Savoia nel 1364.

Molte le interpretazioni proposte: alcuni ritengono le quattro lettere di cui è composto iniziali di altrettante parole, variamente spiegate come

Fortitudo Eius Rhodum Tenuit   -  Fides Est Regni Tutela
      Foedere Et Religione Tenemur.

Secondo altri il motto sarebbe un'abbreviazione di fertè, voce dell'antico francese col significato di "fermezza", o di "ferto", nome di una moneta di Amedeo VI di Savoia.

Altri infine, richiamandosi al carattere cavalleresco-amoroso che in origine ebbe l'Ordine del Collare, credono che il motto alluda al proposito del cavaliere di sopportare (latino fert "porta, sopporta") ogni pena per la sua dama e quando in seguito l'Ordine assunse carattere religioso-militare, di sopportare ogni cosa per devozione e in onore della Vergine.
·         (Dal sito dell'Istituto Nazionale per la  Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon http://www.guardiedonorealpantheon.it)



 




… Solo al principio del secolo XV Amedeo VIII il Pacifico, primo Duca di Savoia, vi aggiunse il proprio motto “FERT” del quale non è mai stata chiarita l’interpretazione. E’ probabile però che la parola FERT che equivale a “porta” (dal verbo latino “ferre”, portare), si riferisca ai nodi che figurano sul collare, nodi che rappresenterebbero il simbolo della fede e della soggezione alla Vergine in onore della quale fu creato l’Ordine (Supremo della SS. Annunziata) cosicché il motto vorrebbe dire “ porta il vincolo della fede e della soggezione a Maria”.
·         Dall’Enciclopedia del collezionista - 1980

Sigla sabauda che orna il collare della SS. Annunziata. Molte sono state le interpretazioni date a questa sigla, e la più accreditata era quella che attribuiva le quattro lettere al motto “Fortitudo Ejus Rhodum tenuit”. Ma siccome l’Ordine è stato creato da Amedeo VI in memoria di Amedeo V, (1310), e Roda fu allora presa dai Saraceni, l’interpretazione non è accettabile. E d’altronte, in antiche monete sabaude, del 1188 e del 1263, si trova già coniata la parola “Fert”. Così varie altre interpretazioni sono state date come “Frappez, Entrez, Rompez, Tout” nonché Foedere Et Religione Tenetur”, ecc. Ma la spiegazione più semplice, e che sembra la più veritiera, sarebbe che il F., posta tra i nidi d’amore del collare, indichi solo il verbo latino “ferere”, portare riferendosi all’ingiunzione di portare attorno al collo quel collare somnolico.

·         (Dall’Enciclopedia militare del 1928)

sabato 2 gennaio 2016

I marenghi del Regno d’Italia (1861-1923)



Per conoscere il valore dei marenghi
italiani più comuni cliccate qui


Il marengo (detto anche “napoleone”) è una moneta d’oro del valore di 20 franchi, coniata nel 1801 dalla Repubblica Subalpina per celebrare la vittoria di Napoleone Bonaparte contro gli austriaci il 14 giugno 1800 proprio a Marengo. Dopo la caduta di Napoleone si continuò ad attribuire il nome “marengo” alle monete auree da 20 franchi (o 20 lire) in oro 900 e pesanti 6,45 grammi. Queste monete furono coniate da Francia, Belgio, Svizzera, Spagna, Grecia, Venezuela e molti altri paesi.
Anche il Regno d’Italia emise marenghi già nel 1861, appena dopo l’unità. Le emissioni continuarono, seppur non continuativamente, fino al 1923. Di seguito trovate foto e dati di queste emissioni. Negli anni successivi la lira venne pesantemente svalutata e la moneta da 20 lire venne prodotta in argento.
Caratteristiche comuni a tutte le monete sotto elencate:
  • metallo: oro 900
  • peso: 6,451 grammi
  • diametro: 21 millimetri
  • assi alla francese (conio moneta)
Per ogni moneta, dopo la tiratura è indicato fra parentesi il grado di rarità:
  • C: comune
  • NC: non comune
  • R: rara
  • R2: molto rara
  • R3: rarisisma
  • R4: estremamente rara
  • R5: ne esistono pochi esemplari
Immagini tratte dal web – cliccateci per ingrandirle
VITTORIO EMANUELE II
marengo_VEII
Dritto: busto del re a sinistra e, intorno, la legenda VITTORIO EMANUELE II; in basso la data. Sotto il collo, la firma dell’incisore FERRARIS.
Rovescio: stemma sabaudo contornato dal collare dell’Annunziata tra rami di alloro. Intorno la legenda REGNO D’ITALIA. In basso valore (L. 20) e segno di zecca.
Questa tipologia di marengo fu incisa da Giuseppe Ferraris.
Lo spessore varia da 1,15 a 1,37 millimetri.
Segni di zecca
Torino: T e monogramma BN in corsivo – Solo per il 1861: T e B (che stanno per Tommaso Battilana, direttore della Regia Zecca di Torino) all’interno di uno scudetto in incuso.
Milano: M e monogramma BN in corsivo.
Roma: R
Tirature e rarità
1861 Torino: 3.267 (R)
1862 Torino: 1.954.878 (C)
1863 Torino: 2.980.700 (C)
1864 Torino: 608.630 (NC)
1865 Torino: 3.109.050 (C) – esiste anche in oro rosso (C)
1866 Torino: 196.301 (R)
1867 Torino: 275.509 (C)
1868 Torino: 340.397 (C)
1869 Torino: 185.355 (C)
1870 Torino: 54.770 (R2)
1870 Roma: tiratura sconosciuta (R3)
1871 Roma: 23.508 (R2)
1872 Milano: tiratura sconosciuta (R2)
1873 Roma: 2.174 (R4)
1873 Milano: 1.018.033 (C)
1874 Roma: 40.856 (R)
1874 Milano: 255.115 (C)
1875 Roma: 51.018 (R)
1876 Roma: 107.728 (C)
1877 Roma: 247.398 (C)
1878 Roma: 315.794 (C)
UMBERTO I
marengo_umberto
Dritto: busto del re a sinistra e, intorno, la legenda UMBERTO I RE D’ITALIA; in basso la data. Sotto il collo, la firma dell’incisore SPERANZA.
Rovescio: stemma sabaudo contornato dal collare dell’Annunziata tra un ramo di quercia (a destra) e un ramo di alloro (a sinistra) e il valore (L. 20). In basso, ad ore sette, il segno di zecca (R); in alto al centro la Stella d’Italia.
Questo marengo fu inciso da Filippo Speranza ed emesso in seguito al Regio Decreto 4514 del 30 settembre 1878.
Lo spessore varia da 1,24 a 1,35 millimetri. Le monete vennero coniate tutte a Roma.
Tirature e rarità
1879: 146.466 (C)
1880: 128.808 (C)
1881: 843.028 (C) – esiste anche in oro rosso (NC)
1882: 6.970.007 (C) – esiste anche in oro rosso (NC) – esistono molti falsi
1883: 182.280 (C) – esiste anche in oro rosso (R)
1884: 9.775 (R2)
1885: 164.724 (C) – esiste anche in oro rosso (R)
1886: 59.008 (C)
1888: 110.540 (C)
1889: tiratura sconosciuta (R) – esiste anche in oro rosso (R)
1890: 68.220 (C) – esiste anche in oro rosso (R)
1891: 64.452 (C) – esiste anche in oro rosso (R)
1893: 41.214 (C) – esiste anche in oro rosso (NC)
1897: 38.333 (R) – esiste anche in oro rosso (R)
VITTORIO EMANUELE III
Aquila sabauda
marengo_VEIII_aquila
Dritto: busto del re volto a sinistra e contornato dalla legenda VITTORIO EMANUELE III. Sotto il collo, la firma dell’incisore SPERANZA.
Rovescio: aquila araldica con stemma di casa Savoia. Lungo la parte superiore del bordo, legenda REGNO D’ITALIA; nella parte inferiore, separata da due nodi savoia, l’indicazione del valore (L. 20), il segno di zecca (R) tra due stelle a cinque punte e la data.
Questo marengo fu inciso da Filippo Speranza.
Le monete vennero coniate tutte a Roma.
Lo spessore varia da 1,24 a 1,35 millimetri.
Tirature e rarità
1902: 181 (R4)
1902 con àncora: 115 (R4) – coniata con l’oro proveniente dall’Eritrea
1903: 1.800 (R2)
1905: 8.715 (R) – esistono dei falsi
1908: 4 conosciute (R5)
Esistono anche dei falsi datati 1910.
Aratrice
marengo_VEIII_aratrice
Dritto: busto del re in uniforme volto a sinistra e contornato dalla legenda VITTORIO EMANUELE III. Ad ore otto lungo il bordo, nodo savoia in incuso all’interno di un rettangolo.
Rovescio: figura allegorica dell’Italia, raffigurata come un’aratrice recante un fascio di spighe nella mano sinistra e con la mano destra poggiata sopra il manico di un aratro. In alto la legenda REGNO D’ITALIA in carattere lapidario romano; l’indicazione del valore è sui due lati: a sinistra la parola LIRE e a destra la cifra 20. In esergo la data, circondata dal segno di zecca (R) a sinistra e da una stella a cinque punte a destra. Sotto la linea dell’esergo le indicazioni degli autori, a sinistra E • BONINSEGNA M • e a destra L • GIORGI • INC •.
Questo marengo fu inciso da Luigi Giorgi ed Egidio Boninsegna; fu emesso in seguito al Regio Decreto 258 del 5 maggio 1910.
Tirature e rarità
1910: 32.589 (R5) – vennero rifuse per problemi con il titolo dell’oro
1912: 59.970 (R) – esiste anche in oro rosso (R) – esistono dei falsi
1912 prova: tiratura sconosciuta (R4)
1926: 40 (R4) – emessa per i collezionisti, non ha valore legale
1927: 30 (R4) – emessa per i collezionisti, non ha valore legale
Fascetto
marengo_VEIII_fascetto
Dritto: busto del re in uniforme volto a sinistra e contornato dalla legenda VITTORIO EMANUELE III. l. Sotto il collo, la firma dell’incisore A. MOTTI.
Rovescio: fascio littorio con la scure verso destra, ornato da una testa di montone. A sinistra indicazione del valore (LIRE 20) su due righe; a destra la legenda OTTOBRE 1922 • 1923 su due righe. A sinistra della base del fascio, il segno di zecca (R).
Moneta commemorativa incisa da Attilio Silvio Motti e coniata in occasione del primo anniversario della marcia su Roma, insieme al 100 lire Fascio.
Pur possedendo valore legale, questa moneta non circolò mai: il valore dell’oro contenuto era ormai superiore a quello nominale, a causa dell’elevata inflazione registratasi in concomitanza con la prima guerra mondiale; la moneta fu coniata esclusivamente per i collezionisti, i quali poterono acquistarla al prezzo di 80 lire.
Tirature e rarità
1923: 20.000 (R) – esistono dei falsi
1923 prova: tiratura sconosciuta (R3)

fonte :http://numistoria.altervista.org