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sabato 18 giugno 2016
domenica 5 giugno 2016
La manifattura del tabacco nella Roma pontificia
LA LAVORAZIONE DEL TABACCO VENNE INTRAPRESA A ROMA ALLA METÀ
DEL XVIII SECOLO. VARIE FURONO LE MANIFATTURE PAPALI. NEL 1863 PAPA PIO
IX NE INAUGURÒ LA SEDE STABILE A TRASTEVERE, EVENTO RICORDATO IN UNA
MEDAGLIA.
di Fabio Robotti
L’uso del tabacco venne introdotto nella Roma pontificia dal cardinale Prospero Publicola de Santa Croce (1514-1589) che, in qualità di Nunzio Apostolico in Portogallo, ebbe l’occasione di incontrare, alla corte di re Sebastiano I, l’accademico di Francia Jean Nicot (1530-1600) e di sperimentare il fiuto del tabacco. Il celebre erudito francese, che in quel periodo ricopriva l’incarico di ambasciatore aveva, infatti, impiantato una coltivazione di tabacco nei giardini reali di Lisbona.
L’uso del tabacco si diffuse rapidamente a larghe fasce della società poiché era diffusa la credenza che la sua assunzione, fiutandolo ovvero fumandolo in pipa, giovasse alla salute per le sue virtù medicali.
Segue: LA MANIFATTURA DEL TABACCO NELLA ROMA PONTIFICIA
articolo completo in formato pdf, tratto da Panorama Numismatico nr.318 – Giugno 2016
di Fabio Robotti
L’uso del tabacco venne introdotto nella Roma pontificia dal cardinale Prospero Publicola de Santa Croce (1514-1589) che, in qualità di Nunzio Apostolico in Portogallo, ebbe l’occasione di incontrare, alla corte di re Sebastiano I, l’accademico di Francia Jean Nicot (1530-1600) e di sperimentare il fiuto del tabacco. Il celebre erudito francese, che in quel periodo ricopriva l’incarico di ambasciatore aveva, infatti, impiantato una coltivazione di tabacco nei giardini reali di Lisbona.
L’uso del tabacco si diffuse rapidamente a larghe fasce della società poiché era diffusa la credenza che la sua assunzione, fiutandolo ovvero fumandolo in pipa, giovasse alla salute per le sue virtù medicali.
Segue: LA MANIFATTURA DEL TABACCO NELLA ROMA PONTIFICIA
articolo completo in formato pdf, tratto da Panorama Numismatico nr.318 – Giugno 2016
venerdì 3 giugno 2016
Medaglia Monastero San Benedetto Pisa 1978
Si tratta di una medaglia commemorativa per il restauro della facciata dell'ex monastero delle benedettine sul lungarno di Pisa.
http://www.sbappsae-...lle-benedettine
L'ex monastero, chiuso al culto, venne acquistato e restaurato dalla Cassa di Risparmio di Pisa.
Contorno: liscio
http://www.sbappsae-...lle-benedettine
L'ex monastero, chiuso al culto, venne acquistato e restaurato dalla Cassa di Risparmio di Pisa.
| Dritto | Verso |
|---|---|
| . • CASSA • DI • RISP _ ARMIO • DI • PISA • •figura allegorica, velata, seduta di fronte, regge frutti in grembo |
- • RIPRISTINO • _ MONASTERO • DI • S. BENEDETTO • _ • ANNO • 1978 • Prospetto del Monastero in basso: M. BERTINI |
giovedì 2 giugno 2016
Il Conte Ugolino della Gherardesca
studiarapido | Favole e miti, Italiano, dalle origini al '300, Letteratura, Riassunti | Nessun commento
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Share to Facebook75Share to TwitterShare to Google+Share to PinterestShare to Più...33Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria (1284), divenne podestà di Pisa.
Per fronteggiare le pressioni delle città alleate con Genova, il conte Ugolino cedette ai Lucchesi e ai Fiorentini alcuni castelli, tra cui quelli di Viareggio, Bientina e Fucecchio.
L’anno seguente rafforzò il suo potere, associandosi al nipote Ugolino Visconti.
Dopo alcuni mesi di prigionia, nel 1289, vennero lasciati morire di fame. La torre fu riaperta quando non si sentì più provenire da essa alcun gemito e i corpi furono sepolti nella chiesa di San Francesco.
Subito dopo l’arcivescovo Ruggieri si fece nominare podestà di Pisa, ma sopraffatto dai contrasti interni e dalla violentissima bolla papale scagliata contro di lui nel 1289 dal papa Niccolò IV, rinunciò al suo ufficio e si recò a Viterbo, dove morì nel 1295.
Il conte Ugolino nell’Inferno di Dante
Il conte Ugolino della Gherardesca deve la sua notorietà al ruolo di protagonista che Dante gli assegna in un episodio tra i più ampi dell’Inferno (Canto XXXII, vv.124-139; Canto XXXIII, vv.1-90).
La storia precedente la prigionia non viene raccontata da Dante perché si tratta di una vicenda nota ai lettori del tempo.
La scena alla quale Dante si trova ad assistere è orribile e raccapricciante: un dannato addenta furiosamente il cranio di un altro. Dante chiede allo spirito chi sia e perché odii a tal punto il suo compagno di pena. Lo spirito interrogato risponde. È il conte Ugolino, e si accanisce contro l’arcivescovo Ruggieri, pisano come lui. Fidandosi di quest’ultimo, Ugolino era stato ingannato e imprigionato in una torre con due figli e due nipoti. Trascorsi alcuni mesi egli era stato turbato da un sogno: durante una battuta di caccia guidata dall’arcivescovo Ruggieri, il conte Ugolino e i suoi venivano azzannati da cagne fameliche. Svegliatosi all’improvviso aveva sentito i figli piangere e chiedere cibo nel sonno. Di lì a poco le porte della torre vengono inchiodate. I figli invocano l’aiuto del padre, ma egli non risponde alle loro domande e richieste per un giorno intero e una notte. Alle prime luci del nuovo giorno riconosce nei loro volti emaciati la sua stessa sofferenza dettata dalla fame e in un momento di furore si morde le mani. I figli equivocano quel gesto e si offrono in sacrificio al padre. Allora Ugolino si calma e nei giorni successivi si trova costretto ad assistere alla morte di ciascuno di loro; lui è l’ultimo a morire. Terminato il racconto, il conte Ugolino si avventa di nuovo sull’arcivescovo Ruggieri: il conte morde il cranio dell’arcivescovo o perché questi lo affamò o perché (seguendo un’interpretazione vicina al mito di Crono) fu ridotto a cibarsi dei figli per colpa sua.
fonte: studiarapido.it
venerdì 27 maggio 2016
Breve storia della Lira dalle sue origini
fonte :radiomarconi.com
La Lira nasce come moneta di conto con la riforma monetaria voluta da Carlo Magno Re dei Franchi (742-814), fondatore e Imperatore del Sacro Romano Impero. Tale riforma stabiliva che da una libbra o libra d’argento (434 grammi) fossero ricavati 240 Denari oppure 20 Soldi pertanto un Soldo valeva 12 Denari.
Un episodio storico sulla Lira
La Lira nasce come moneta di conto con la riforma monetaria voluta da Carlo Magno Re dei Franchi (742-814), fondatore e Imperatore del Sacro Romano Impero. Tale riforma stabiliva che da una libbra o libra d’argento (434 grammi) fossero ricavati 240 Denari oppure 20 Soldi pertanto un Soldo valeva 12 Denari.
Parliamo
di moneta di conto poiché, in effetti, per un lungo periodo furono
coniati solo i Denari il cui peso da grammi 1,809 col passare del tempo
subì molte riduzioni fino a calare a un terzo nell’Undicesimo
Secolo.Tale sistema di divisione della Lira in Soldi e dei Soldi in
Denari è sopravvissuto, pur con molte modificazioni, fino a tempi
recenti.
In Italia è stato completamente sostituito dopo l’Unificazione, mentre in Gran Bretagna ha cessato di esistere nel 1971 anno in cui è stato introdotto il Sistema Decimale
Le prime vere Lire fecero la loro apparizione nella seconda metà del millecinquecento dopo tre secoli nei quali la moneta più usata e gradita era il Grosso. I primi Grossi furono battuti a Venezia sotto il Dogato di Enrico Dandolo (1192-1205), erano coniati in buon titolo d’argento (965 millesimi) e pesavano grammi 2,18 cioè 10 Denari.
Sempre Venezia nel 1472 batte la prima Lira: la Lira d’argento da 20 Soldi di Niccolò Tron (grammi 6,52 titolo 948 millesimi).
A Milano nel 1474, era allora duca Galeazzo Maria Sforza, fu deciso di battere una Lira in buon argento chiamata poi Testone.
Testoni furono battuti anche in Piemonte da Carlo I di Savoia e a Genova sotto la dominazione milanese; in seguito questo tipo di moneta si diffuse su tutto il territorio italiano ed anche oltralpe. Queste Lire non erano tutte uguali per contenuto di metallo fino poiché ogni città faceva riferimento a libbre diverse e di conseguenza aveva un’unità di base differente.
Perciò troviamo la Lira milanese, la Lira moceniga a Venezia, la Lira genovese, la fiorentina, la savoiarda, la toscana, la mantovana, la bolognese, ecc.
Sotto il Regno di Vittorio Emanuele II sono state emesse dieci diverse Lire in quattro diverse Zecche: Firenze, Torino, Milano e Napoli con quattro diversi millesimi e con due diversi rovesci: lo stemma oppure il valore.
Con Umberto I furono battuti sette diversi millesimi nel solo tipo testa/stemma in due sole Zecche: Milano e Roma.
Vittorio Emanuele III con la sua passione per la numismatica ci ha lasciato ben cinque tipi differenti di lire con ventisette millesimi, tutti coniati nella Zecca di Roma.
Se qualcuno avesse potuto accantonare durante il Regno D’Italia una lira nuova di Zecca per ogni emissione (44 Lire), oggi col valore numismatico acquisito si troverebbe con un valore, stimato sul catalogo Gigante 2001 di Lire 184.000.000; se avesse invece accantonato monete provenienti dalla circolazione (BB), oggi avrebbe un valore di Lire 31.000.000 (16.092,44 Euro).
La Repubblica Italiana ha coniato Lire con quattordici diversi millesimi in due soli tipi e tutte a Roma.
In Italia è stato completamente sostituito dopo l’Unificazione, mentre in Gran Bretagna ha cessato di esistere nel 1971 anno in cui è stato introdotto il Sistema Decimale
Le prime vere Lire fecero la loro apparizione nella seconda metà del millecinquecento dopo tre secoli nei quali la moneta più usata e gradita era il Grosso. I primi Grossi furono battuti a Venezia sotto il Dogato di Enrico Dandolo (1192-1205), erano coniati in buon titolo d’argento (965 millesimi) e pesavano grammi 2,18 cioè 10 Denari.
Sempre Venezia nel 1472 batte la prima Lira: la Lira d’argento da 20 Soldi di Niccolò Tron (grammi 6,52 titolo 948 millesimi).
A Milano nel 1474, era allora duca Galeazzo Maria Sforza, fu deciso di battere una Lira in buon argento chiamata poi Testone.
Testoni furono battuti anche in Piemonte da Carlo I di Savoia e a Genova sotto la dominazione milanese; in seguito questo tipo di moneta si diffuse su tutto il territorio italiano ed anche oltralpe. Queste Lire non erano tutte uguali per contenuto di metallo fino poiché ogni città faceva riferimento a libbre diverse e di conseguenza aveva un’unità di base differente.
Perciò troviamo la Lira milanese, la Lira moceniga a Venezia, la Lira genovese, la fiorentina, la savoiarda, la toscana, la mantovana, la bolognese, ecc.
Sotto il Regno di Vittorio Emanuele II sono state emesse dieci diverse Lire in quattro diverse Zecche: Firenze, Torino, Milano e Napoli con quattro diversi millesimi e con due diversi rovesci: lo stemma oppure il valore.
Con Umberto I furono battuti sette diversi millesimi nel solo tipo testa/stemma in due sole Zecche: Milano e Roma.
Vittorio Emanuele III con la sua passione per la numismatica ci ha lasciato ben cinque tipi differenti di lire con ventisette millesimi, tutti coniati nella Zecca di Roma.
Se qualcuno avesse potuto accantonare durante il Regno D’Italia una lira nuova di Zecca per ogni emissione (44 Lire), oggi col valore numismatico acquisito si troverebbe con un valore, stimato sul catalogo Gigante 2001 di Lire 184.000.000; se avesse invece accantonato monete provenienti dalla circolazione (BB), oggi avrebbe un valore di Lire 31.000.000 (16.092,44 Euro).
La Repubblica Italiana ha coniato Lire con quattordici diversi millesimi in due soli tipi e tutte a Roma.
Un episodio storico sulla Lira
Si incontrarono segretamente a Palazzo Loup, antica residenza dell’omonima famiglia che si trova a Loiano, sull’Appennino bolognese e lì, il 28 settembre 1859, decisero di adottare la Lira come moneta unica per il futuro Regno d’Italia.
All’incontro segreto parteciparono Bettino Ricasoli, Carlo Luigi
Farini, Marco Minghetti, Rodolfo Audinot e Lionetto Cipriani. Insieme
decisero l’abolizione delle barriere doganali e l’adozione della moneta
unica, la Lira, poi rimasta in corso fino al primo marzo 2002.
Con loro c’era anche il padrone di casa, Luigi Loup, di origini svizzere
e a Loiano per aver sposato una nobildonna bolognese; grande amico di
alcuni dei più noti personaggi bolognesi del Risorgimento, Loup mise a
disposizione il suo palazzo perché logisticamente comodo per tutti (Episodio menzionato da una targa al piano nobile della villa e da un articolo del ‘Monitore toscano’ del 12 ottobre 1859).
A organizzare le iniziative della ricorrenza dei 150 anni è il Comitato Scanello (dal nome della Frazione di Loiano in cui si trova la Villa) presieduto da Remo Baldassari, attuale proprietario di Palazzo Loup. La dimora, costruita probabilmente sui resti di un castello che nel 1078 Matilde di Canossa regalò all’arcivescovo di Pisa, nel 1805 ospitò Papa Pio VII di passaggio dopo l’Incoronazione di Napoleone. Da anni è un albergo a quattro stelle con 50 camere e una sala ricevimenti.
A organizzare le iniziative della ricorrenza dei 150 anni è il Comitato Scanello (dal nome della Frazione di Loiano in cui si trova la Villa) presieduto da Remo Baldassari, attuale proprietario di Palazzo Loup. La dimora, costruita probabilmente sui resti di un castello che nel 1078 Matilde di Canossa regalò all’arcivescovo di Pisa, nel 1805 ospitò Papa Pio VII di passaggio dopo l’Incoronazione di Napoleone. Da anni è un albergo a quattro stelle con 50 camere e una sala ricevimenti.
Loiano (Bo): Palazzo Loup
Loiano (Bo): Palazzo Loup - Targa al piano nobile della villa
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5 LIRE (1808) - Coniata dalla Zecca di Bologna, battuta dal Regno d'Italia, si tratta della prima moneta in lire che ha circolato in Romagna.
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sabato 14 maggio 2016
La prima moneta sferica: un globo terrestre completo di Swarovski
La Zecca della Polonia ha vinto tre premi prestigiosi nel 29° concorso internazionale di numismatica organizzato nel corso della Conferenza dei direttori delle zecche a Bangkok. Tra questi, ha ricevuto il titolo di
"medaglia più tecnologicamente avanzata", grazie alla creazione della prima moneta sferica del mondo coniata per l'isola di Niue (a nordest della Nuova Zelanda). La moneta, mostrata al The Mint Of Poland Exhibition a Varsavia, ha il valore di 7 dollari, pesa 217,7 grammi e ha un diamentro di 34 millimetri. Intorno alla sfera è inciso il globo terrestre che si rifà a una mappa storica del 1638, presente nella collezione della Boston Public Library, disegnata a mano dal cartografo olandese Willem Janszoon Blaeu, autore del primo atlante mondiale. Nella moneta sono stati incastonati degli Swarovski in corrispondenza delle sette meraviglie del mondo: la Grande Muraglia cinese, Petra, la statua del Cristo Redentore, Machu Picchu, il Colosseo, il Taj Mahal e Chichen Itza
giovedì 28 aprile 2016
ORRIBILI SISTEMI DI TORTURE MEDIOEVALI.
FONTE MINDDRUG
sabato 23 aprile 2016
Il Santo Graal, realtà o mito?
Le leggende del Santo Graal fiorirono nel XII secolo, al tempo delle Crociate e furono ben presto collegate ai poemi del ciclo bretone di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, grazie soprattutto a Chrétien de Troyes, il cui romanzo incompiuto “Perceval ou le comte du Graal” citava per la prima volta il Santo Graal.
Che cos’è esattamente il Santo Graal? Su questo argomento esistono le
versioni più disparate. Ma, secondo la tradizione più diffusa, il Graal
è il calice che fu usato da Gesù nell’Ultima cena e che poi Giuseppe d’Arimatea,
un discepolo, utilizzò per raccogliere il sangue sgorgato dalle ferite
dello stesso Gesù al momento della deposizione dalla croce.
Trasportato in terra bretone dallo stesso Giuseppe d’Arimatea, il Santo Graal venne custodito a lungo in un luogo segreto, ma poi fu trafugato dagli infedeli, che volevano servirsene come di un oggetto magico. Compito dei cavalieri cristiani della Tavola Rotonda era quello di rintracciare la sacra coppa per poterla riportare in Terrasanta, a Gerusalemme. Ma non bastava il valor militare per poter compiere questa missione: soltanto un uomo animato da grande fede e che si era purificato dai peccati attraverso sacrifici, rinunce e sofferenze poteva sperare di conquistare il Santo Graal e con esso la felicità suprema. Delle decine e decine di cavalieri che partirono alla ricerca del Graal soltanto pochissimi raggiunsero lo scopo.
Una leggenda racconta che questa fortuna toccò a Bors, Percival (o Parsifal) e Galaad, trasportati su una terra sconosciuta da una nave misteriosa. Dopo aver visto la coppa, Galaad e Percival chiesero di morire, perché non riuscivano a immaginare una gioia più grande; soltanto Bors poté tornare in patria per raccontare l’accaduto alla corte di Re Artù.
Il mito del Santo Graal è giunto sino ai nostri giorni: continuano infatti a uscire romanzi legati ad esso e periodicamente si torna a parlare dei luoghi in cui esso potrebbe essere custodito ancora oggi. Si citano ad esempio località della Francia, della Spagna, dell’Inghilterra e anche del nostro Paese. Tra i siti italiani più accreditati c’è Castel del Monte, nei pressi di Andria (Bari), un grandioso edificio che sorge isolato su una collina. Fu fatto costruire dall’imperatore Federico II di Svevia, che lo volle a pianta ottagonale e rinforzato da otto torri anch’esse ottogonali. Forse proprio per questa sua originalissima planimetria, che gli conferisce un aspetto enigmatico e misterioso, il castello è stato spesso indicato come uno dei possibili nascondigli del Santo Graal.
Fonte : studiorapido.it
Trasportato in terra bretone dallo stesso Giuseppe d’Arimatea, il Santo Graal venne custodito a lungo in un luogo segreto, ma poi fu trafugato dagli infedeli, che volevano servirsene come di un oggetto magico. Compito dei cavalieri cristiani della Tavola Rotonda era quello di rintracciare la sacra coppa per poterla riportare in Terrasanta, a Gerusalemme. Ma non bastava il valor militare per poter compiere questa missione: soltanto un uomo animato da grande fede e che si era purificato dai peccati attraverso sacrifici, rinunce e sofferenze poteva sperare di conquistare il Santo Graal e con esso la felicità suprema. Delle decine e decine di cavalieri che partirono alla ricerca del Graal soltanto pochissimi raggiunsero lo scopo.
Una leggenda racconta che questa fortuna toccò a Bors, Percival (o Parsifal) e Galaad, trasportati su una terra sconosciuta da una nave misteriosa. Dopo aver visto la coppa, Galaad e Percival chiesero di morire, perché non riuscivano a immaginare una gioia più grande; soltanto Bors poté tornare in patria per raccontare l’accaduto alla corte di Re Artù.
Il mito del Santo Graal è giunto sino ai nostri giorni: continuano infatti a uscire romanzi legati ad esso e periodicamente si torna a parlare dei luoghi in cui esso potrebbe essere custodito ancora oggi. Si citano ad esempio località della Francia, della Spagna, dell’Inghilterra e anche del nostro Paese. Tra i siti italiani più accreditati c’è Castel del Monte, nei pressi di Andria (Bari), un grandioso edificio che sorge isolato su una collina. Fu fatto costruire dall’imperatore Federico II di Svevia, che lo volle a pianta ottagonale e rinforzato da otto torri anch’esse ottogonali. Forse proprio per questa sua originalissima planimetria, che gli conferisce un aspetto enigmatico e misterioso, il castello è stato spesso indicato come uno dei possibili nascondigli del Santo Graal.
Fonte : studiorapido.it
venerdì 22 aprile 2016
Atlantic ; Piccoli soldatini per grandi emozioni e ricordi.
Quanti di voi hanno giocato con questi minuscoli soldatini di plastica ? Quanti pomeriggi lieti avete trascorso in loro compagnia ? Io un bel po' , e non solo con loro.
la "Squadra comando motorizzata " . Inoltre ho posseduto anche qualche plastico per completare la libidine .
Non erano il massimo per bellezza e precisione. A volte ,capitava qualche pupazzetto difettoso , stampato male. Le confezioni promettevano molto di più , riuscendo tuttavia a segnare un periodo della mia infanzia. E voi con quali avete giocato ? Li possedete ancora ?
Ho giocato con "I Bersaglieri D'Italia " , "Alpini D'Italia","Sommozzatori D'Italia", e ancora con
Non erano il massimo per bellezza e precisione. A volte ,capitava qualche pupazzetto difettoso , stampato male. Le confezioni promettevano molto di più , riuscendo tuttavia a segnare un periodo della mia infanzia. E voi con quali avete giocato ? Li possedete ancora ?
domenica 17 aprile 2016
MOSTRA DI ANTICHE BICICLETTE AL CENTRO COMMERCIALE
ANCHE ALL'INTERNO DEI CENTRI COMMERCIALE SI POSSONO TROVARE DELLE BELLISSIME INIZIATIVE COME QUESTA.
ECCO ALCUNE DELLE MERAVIGLIE ESPOSTE.
ECCO ALCUNE DELLE MERAVIGLIE ESPOSTE.
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| LATTAIO 1948 (ITALIA) |
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| BICICLETTO 1889 (INGHILTERRA) |
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| BICICLO 1875 (INGHILTERRA) |
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| MICHAUX 1870 (INGHILTERRA) |
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| CELERIFERO 1791 (FRANCIA) |
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| BIANCHI 1952 CON CUI FAUSTO COPPI VINSE TOUR E GIRO |
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| CICLO ELASTICO 1924 (ITALIA) |
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| ARROTINO 1920 (ITALIA) |
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| UFFICIALI BERSAGLIERI 1925 CORREDATA DI PORTASCIABOLA |
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| POMPIERI 1905(INGHILTERRA) |
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| CAVALLO DEL BERAGLIERE 1912 . DOTATA DI PORTA FUCILE. |
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| DAVVERO MOLTO INTERESSANTE NON TROVATE ? |
domenica 10 aprile 2016
Collezione maniacale immensa
Si
possono avere tutti i dischi del mondo? Tutti, tutti quelli stampati
dall’inizio dell’era del vinile? C’è un signore di 62 anni, un ricco
imprenditore brasiliano, Zero Freitas che ci sta provando: sicuramente
possiede diversi milioni di 33 giri e sicuramente è il collezionista più
accanito del Pianeta, come racconta il New York Times che l’ha scovato a
San Paolo.
[Esplora il significato del termine: Proprietario di una linea di autobus nella megalopoli sudamericana e fornitore di strumentazione per concerti, Freitas ha sviluppato questa mania in tenera età. Dal primo disco di Roberto Carlos ai tremila posseduti alla fine del liceo il passo è stato breve, insomma il signor Zero ha una rara sindrome: non può smettere di comprare dischi «Sono quarant’anni che vado in terapia per cercare di capire perché, ma non ci sono ancora riuscito». Ammassati in un enorme magazzino di 2000 metri quadri, i vinili vengono catalogati da una squadra di dodici stagisti: Freitas acquista tutti giorni, con un ritmo medio di 500 copie al dì. Ha rilevato di recente tre milioni di esemplari da un rivenditore di Pittsburgh e ha 100.000 dischi cubani, in pratica tutto quanto sia mai stato stampato nell’isola. Il collezionista ha poi agenti a New York, a Rio, in Europa che scovano ogni giorno rarità nei negozi, in rete, dai privati.] Proprietario di una linea di autobus nella megalopoli sudamericana e fornitore di strumentazione per concerti, Freitas ha sviluppato questa mania in tenera età. Dal primo disco di Roberto Carlos ai tremila posseduti alla fine del liceo il passo è stato breve, insomma il signor Zero ha una rara sindrome: non può smettere di comprare dischi «Sono quarant’anni che vado in terapia per cercare di capire perché, ma non ci sono ancora riuscito». Ammassati in un enorme magazzino di 2000 metri quadri, i vinili vengono catalogati da una squadra di dodici stagisti: Freitas acquista tutti giorni, con un ritmo medio di 500 copie al dì. Ha rilevato di recente tre milioni di esemplari da un rivenditore di Pittsburgh e ha 100.000 dischi cubani, in pratica tutto quanto sia mai stato stampato nell’isola. Il collezionista ha poi agenti a New York, a Rio, in Europa che scovano ogni giorno rarità nei negozi, in rete, dai privati.
Fonte: corriere.it
[Esplora il significato del termine: Proprietario di una linea di autobus nella megalopoli sudamericana e fornitore di strumentazione per concerti, Freitas ha sviluppato questa mania in tenera età. Dal primo disco di Roberto Carlos ai tremila posseduti alla fine del liceo il passo è stato breve, insomma il signor Zero ha una rara sindrome: non può smettere di comprare dischi «Sono quarant’anni che vado in terapia per cercare di capire perché, ma non ci sono ancora riuscito». Ammassati in un enorme magazzino di 2000 metri quadri, i vinili vengono catalogati da una squadra di dodici stagisti: Freitas acquista tutti giorni, con un ritmo medio di 500 copie al dì. Ha rilevato di recente tre milioni di esemplari da un rivenditore di Pittsburgh e ha 100.000 dischi cubani, in pratica tutto quanto sia mai stato stampato nell’isola. Il collezionista ha poi agenti a New York, a Rio, in Europa che scovano ogni giorno rarità nei negozi, in rete, dai privati.] Proprietario di una linea di autobus nella megalopoli sudamericana e fornitore di strumentazione per concerti, Freitas ha sviluppato questa mania in tenera età. Dal primo disco di Roberto Carlos ai tremila posseduti alla fine del liceo il passo è stato breve, insomma il signor Zero ha una rara sindrome: non può smettere di comprare dischi «Sono quarant’anni che vado in terapia per cercare di capire perché, ma non ci sono ancora riuscito». Ammassati in un enorme magazzino di 2000 metri quadri, i vinili vengono catalogati da una squadra di dodici stagisti: Freitas acquista tutti giorni, con un ritmo medio di 500 copie al dì. Ha rilevato di recente tre milioni di esemplari da un rivenditore di Pittsburgh e ha 100.000 dischi cubani, in pratica tutto quanto sia mai stato stampato nell’isola. Il collezionista ha poi agenti a New York, a Rio, in Europa che scovano ogni giorno rarità nei negozi, in rete, dai privati.
Fonte: corriere.it
mercoledì 6 gennaio 2016
Il significato del termine F E R T
Motto dell'Ordine cavalleresco della Ss. Annunziata istituito da Amedeo VI di Savoia nel 1364.
Molte le interpretazioni proposte: alcuni ritengono le quattro lettere di cui è composto iniziali di altrettante parole, variamente spiegate come
Fortitudo Eius Rhodum Tenuit - Fides Est Regni Tutela
Foedere Et Religione Tenemur.
Secondo altri il motto sarebbe un'abbreviazione di fertè, voce dell'antico francese col significato di "fermezza", o di "ferto", nome di una moneta di Amedeo VI di Savoia.
Altri infine, richiamandosi al carattere cavalleresco-amoroso che in origine ebbe l'Ordine del Collare, credono che il motto alluda al proposito del cavaliere di sopportare (latino fert "porta, sopporta") ogni pena per la sua dama e quando in seguito l'Ordine assunse carattere religioso-militare, di sopportare ogni cosa per devozione e in onore della Vergine.
· (Dal sito dell'Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon http://www.guardiedonorealpantheon.it)
…
Solo al principio del secolo XV Amedeo VIII il Pacifico, primo Duca di
Savoia, vi aggiunse il proprio motto “FERT” del quale non è mai stata
chiarita l’interpretazione. E’ probabile però che la parola FERT che
equivale a “porta” (dal verbo latino “ferre”, portare), si riferisca ai
nodi che figurano sul collare, nodi che rappresenterebbero il simbolo
della fede e della soggezione alla Vergine in onore della quale fu
creato l’Ordine (Supremo della SS. Annunziata) cosicché il motto vorrebbe dire “ porta il vincolo della fede e della soggezione a Maria”.
· Dall’Enciclopedia del collezionista - 1980
Sigla
sabauda che orna il collare della SS. Annunziata. Molte sono state le
interpretazioni date a questa sigla, e la più accreditata era quella che
attribuiva le quattro lettere al motto “Fortitudo Ejus Rhodum tenuit”.
Ma siccome l’Ordine è stato creato da Amedeo VI in memoria di Amedeo V,
(1310), e Roda fu allora presa dai Saraceni, l’interpretazione non è
accettabile. E d’altronte, in antiche monete sabaude, del 1188 e del
1263, si trova già coniata la parola “Fert”. Così varie altre
interpretazioni sono state date come “Frappez, Entrez, Rompez, Tout”
nonché Foedere Et Religione Tenetur”, ecc. Ma la spiegazione più
semplice, e che sembra la più veritiera, sarebbe che il F., posta tra i
nidi d’amore del collare, indichi solo il verbo latino “ferere”, portare
riferendosi all’ingiunzione di portare attorno al collo quel collare
somnolico.
· (Dall’Enciclopedia militare del 1928)
sabato 2 gennaio 2016
I marenghi del Regno d’Italia (1861-1923)
Per conoscere il valore dei marenghi
italiani più comuni cliccate qui
italiani più comuni cliccate qui
Il marengo (detto anche “napoleone”) è
una moneta d’oro del valore di 20 franchi, coniata nel 1801 dalla
Repubblica Subalpina per celebrare la vittoria di Napoleone Bonaparte
contro gli austriaci il 14 giugno 1800 proprio a Marengo. Dopo la caduta di Napoleone si
continuò ad attribuire il nome “marengo” alle monete auree da 20 franchi
(o 20 lire) in oro 900 e pesanti 6,45 grammi. Queste monete furono
coniate da Francia, Belgio, Svizzera, Spagna, Grecia, Venezuela e molti altri paesi.
Anche il Regno d’Italia emise marenghi già nel 1861, appena dopo l’unità. Le emissioni continuarono, seppur non continuativamente, fino al 1923. Di seguito trovate foto e dati di queste emissioni. Negli anni successivi la lira venne pesantemente svalutata e la moneta da 20 lire venne prodotta in argento.
Anche il Regno d’Italia emise marenghi già nel 1861, appena dopo l’unità. Le emissioni continuarono, seppur non continuativamente, fino al 1923. Di seguito trovate foto e dati di queste emissioni. Negli anni successivi la lira venne pesantemente svalutata e la moneta da 20 lire venne prodotta in argento.
Caratteristiche comuni a tutte le monete sotto elencate:
- metallo: oro 900
- peso: 6,451 grammi
- diametro: 21 millimetri
- assi alla francese (conio moneta)
Per ogni moneta, dopo la tiratura è indicato fra parentesi il grado di rarità:
- C: comune
- NC: non comune
- R: rara
- R2: molto rara
- R3: rarisisma
- R4: estremamente rara
- R5: ne esistono pochi esemplari
Immagini tratte dal web – cliccateci per ingrandirle
VITTORIO EMANUELE II
Dritto: busto del re a sinistra
e, intorno, la legenda VITTORIO EMANUELE II; in basso la data. Sotto il
collo, la firma dell’incisore FERRARIS.
Rovescio: stemma sabaudo contornato dal collare dell’Annunziata tra rami di alloro. Intorno la legenda REGNO D’ITALIA. In basso valore (L. 20) e segno di zecca.
Rovescio: stemma sabaudo contornato dal collare dell’Annunziata tra rami di alloro. Intorno la legenda REGNO D’ITALIA. In basso valore (L. 20) e segno di zecca.
Questa tipologia di marengo fu incisa da Giuseppe Ferraris.
Lo spessore varia da 1,15 a 1,37 millimetri.
Lo spessore varia da 1,15 a 1,37 millimetri.
Segni di zecca
Torino: T e monogramma BN in corsivo – Solo per il 1861: T e B (che stanno per Tommaso Battilana, direttore della Regia Zecca di Torino) all’interno di uno scudetto in incuso.
Milano: M e monogramma BN in corsivo.
Roma: R
Tirature e raritàTorino: T e monogramma BN in corsivo – Solo per il 1861: T e B (che stanno per Tommaso Battilana, direttore della Regia Zecca di Torino) all’interno di uno scudetto in incuso.
Milano: M e monogramma BN in corsivo.
Roma: R
1861 Torino: 3.267 (R)
1862 Torino: 1.954.878 (C)
1863 Torino: 2.980.700 (C)
1864 Torino: 608.630 (NC)
1865 Torino: 3.109.050 (C) – esiste anche in oro rosso (C)
1866 Torino: 196.301 (R)
1867 Torino: 275.509 (C)
1868 Torino: 340.397 (C)
1869 Torino: 185.355 (C)
1870 Torino: 54.770 (R2)
1870 Roma: tiratura sconosciuta (R3)
1871 Roma: 23.508 (R2)
1872 Milano: tiratura sconosciuta (R2)
1873 Roma: 2.174 (R4)
1873 Milano: 1.018.033 (C)
1874 Roma: 40.856 (R)
1874 Milano: 255.115 (C)
1875 Roma: 51.018 (R)
1876 Roma: 107.728 (C)
1877 Roma: 247.398 (C)
1878 Roma: 315.794 (C)
UMBERTO I
Dritto: busto del re a sinistra
e, intorno, la legenda UMBERTO I RE D’ITALIA; in basso la data. Sotto
il collo, la firma dell’incisore SPERANZA.
Rovescio: stemma sabaudo contornato dal collare dell’Annunziata tra un ramo di quercia (a destra) e un ramo di alloro (a sinistra) e il valore (L. 20). In basso, ad ore sette, il segno di zecca (R); in alto al centro la Stella d’Italia.
Rovescio: stemma sabaudo contornato dal collare dell’Annunziata tra un ramo di quercia (a destra) e un ramo di alloro (a sinistra) e il valore (L. 20). In basso, ad ore sette, il segno di zecca (R); in alto al centro la Stella d’Italia.
Questo marengo fu inciso da Filippo Speranza ed emesso in seguito al Regio Decreto 4514 del 30 settembre 1878.
Lo spessore varia da 1,24 a 1,35 millimetri. Le monete vennero coniate tutte a Roma.
Tirature e raritàLo spessore varia da 1,24 a 1,35 millimetri. Le monete vennero coniate tutte a Roma.
1879: 146.466 (C)
1880: 128.808 (C)
1881: 843.028 (C) – esiste anche in oro rosso (NC)
1882: 6.970.007 (C) – esiste anche in oro rosso (NC) – esistono molti falsi
1883: 182.280 (C) – esiste anche in oro rosso (R)
1884: 9.775 (R2)
1885: 164.724 (C) – esiste anche in oro rosso (R)
1886: 59.008 (C)
1888: 110.540 (C)
1889: tiratura sconosciuta (R) – esiste anche in oro rosso (R)
1890: 68.220 (C) – esiste anche in oro rosso (R)
1891: 64.452 (C) – esiste anche in oro rosso (R)
1893: 41.214 (C) – esiste anche in oro rosso (NC)
1897: 38.333 (R) – esiste anche in oro rosso (R)
VITTORIO EMANUELE III
Aquila sabauda
Dritto: busto del re volto a
sinistra e contornato dalla legenda VITTORIO EMANUELE III. Sotto il
collo, la firma dell’incisore SPERANZA.
Rovescio: aquila araldica con stemma di casa Savoia. Lungo la parte superiore del bordo, legenda REGNO D’ITALIA; nella parte inferiore, separata da due nodi savoia, l’indicazione del valore (L. 20), il segno di zecca (R) tra due stelle a cinque punte e la data.
Rovescio: aquila araldica con stemma di casa Savoia. Lungo la parte superiore del bordo, legenda REGNO D’ITALIA; nella parte inferiore, separata da due nodi savoia, l’indicazione del valore (L. 20), il segno di zecca (R) tra due stelle a cinque punte e la data.
Questo marengo fu inciso da Filippo Speranza.
Le monete vennero coniate tutte a Roma.
Lo spessore varia da 1,24 a 1,35 millimetri.
Tirature e raritàLe monete vennero coniate tutte a Roma.
Lo spessore varia da 1,24 a 1,35 millimetri.
1902: 181 (R4)
1902 con àncora: 115 (R4) – coniata con l’oro proveniente dall’Eritrea
1903: 1.800 (R2)
1905: 8.715 (R) – esistono dei falsi
1908: 4 conosciute (R5)
Esistono anche dei falsi datati 1910.
Aratrice
Dritto: busto del re in
uniforme volto a sinistra e contornato dalla legenda VITTORIO EMANUELE
III. Ad ore otto lungo il bordo, nodo savoia in incuso all’interno di un
rettangolo.
Rovescio: figura allegorica dell’Italia, raffigurata come un’aratrice recante un fascio di spighe nella mano sinistra e con la mano destra poggiata sopra il manico di un aratro. In alto la legenda REGNO D’ITALIA in carattere lapidario romano; l’indicazione del valore è sui due lati: a sinistra la parola LIRE e a destra la cifra 20. In esergo la data, circondata dal segno di zecca (R) a sinistra e da una stella a cinque punte a destra. Sotto la linea dell’esergo le indicazioni degli autori, a sinistra E • BONINSEGNA M • e a destra L • GIORGI • INC •.
Rovescio: figura allegorica dell’Italia, raffigurata come un’aratrice recante un fascio di spighe nella mano sinistra e con la mano destra poggiata sopra il manico di un aratro. In alto la legenda REGNO D’ITALIA in carattere lapidario romano; l’indicazione del valore è sui due lati: a sinistra la parola LIRE e a destra la cifra 20. In esergo la data, circondata dal segno di zecca (R) a sinistra e da una stella a cinque punte a destra. Sotto la linea dell’esergo le indicazioni degli autori, a sinistra E • BONINSEGNA M • e a destra L • GIORGI • INC •.
Questo marengo fu inciso da Luigi Giorgi ed Egidio Boninsegna; fu emesso in seguito al Regio Decreto 258 del 5 maggio 1910.
Tirature e rarità1910: 32.589 (R5) – vennero rifuse per problemi con il titolo dell’oro
1912: 59.970 (R) – esiste anche in oro rosso (R) – esistono dei falsi
1912 prova: tiratura sconosciuta (R4)
1926: 40 (R4) – emessa per i collezionisti, non ha valore legale
1927: 30 (R4) – emessa per i collezionisti, non ha valore legale
Fascetto
Dritto: busto del re in
uniforme volto a sinistra e contornato dalla legenda VITTORIO EMANUELE
III. l. Sotto il collo, la firma dell’incisore A. MOTTI.
Rovescio: fascio littorio con la scure verso destra, ornato da una testa di montone. A sinistra indicazione del valore (LIRE 20) su due righe; a destra la legenda OTTOBRE 1922 • 1923 su due righe. A sinistra della base del fascio, il segno di zecca (R).
Rovescio: fascio littorio con la scure verso destra, ornato da una testa di montone. A sinistra indicazione del valore (LIRE 20) su due righe; a destra la legenda OTTOBRE 1922 • 1923 su due righe. A sinistra della base del fascio, il segno di zecca (R).
Moneta commemorativa incisa da Attilio
Silvio Motti e coniata in occasione del primo anniversario della marcia
su Roma, insieme al 100 lire Fascio.
Pur possedendo valore legale, questa moneta non circolò mai: il valore dell’oro contenuto era ormai superiore a quello nominale, a causa dell’elevata inflazione registratasi in concomitanza con la prima guerra mondiale; la moneta fu coniata esclusivamente per i collezionisti, i quali poterono acquistarla al prezzo di 80 lire.
Tirature e raritàPur possedendo valore legale, questa moneta non circolò mai: il valore dell’oro contenuto era ormai superiore a quello nominale, a causa dell’elevata inflazione registratasi in concomitanza con la prima guerra mondiale; la moneta fu coniata esclusivamente per i collezionisti, i quali poterono acquistarla al prezzo di 80 lire.
1923: 20.000 (R) – esistono dei falsi
1923 prova: tiratura sconosciuta (R3)
fonte :http://numistoria.altervista.org
mercoledì 18 novembre 2015
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domenica 11 ottobre 2015
Storia e caratteristiche del dollaro Morgan
Il dollaro Morgan fu emesso in
sostituzione del dollaro Liberty Seated (II tipo), coniato dal 1866 al
1873. Queste sono le caratteristiche della moneta:
Metallo: argento 900‰, rame 100‰
Peso: 26,73 grammi
Diametro: 38,1 millimetri
Spessore: 2,40 millimetri
Contorno: rigato
Dritto: aquila che regge un ramoscello d’ulivo e tre frecce, entro una corona d’alloro; sopra l’aquila, vi è la legenda “In God we trust”. Lungo il bordo, le legende UNITED STATES OF AMERICA e ONE DOLLAR, separate da due stelle a sei punte.
Rovescio: testa diademata e laureata della Libertà (volta a sinistra), contornata dalla legenda E PLURIBUS UNUM, da tredici stelle a sei punte e dalla data. Sul diadema vi è la legenda LIBERTY.
Incisore: l’inglese George Thomas Morgan; la modella che egli ritrasse come la Libertà fu Anna Willess Williams (notizia riportata dal New York Times del 14 agosto 1879).
Peso: 26,73 grammi
Diametro: 38,1 millimetri
Spessore: 2,40 millimetri
Contorno: rigato
Dritto: aquila che regge un ramoscello d’ulivo e tre frecce, entro una corona d’alloro; sopra l’aquila, vi è la legenda “In God we trust”. Lungo il bordo, le legende UNITED STATES OF AMERICA e ONE DOLLAR, separate da due stelle a sei punte.
Rovescio: testa diademata e laureata della Libertà (volta a sinistra), contornata dalla legenda E PLURIBUS UNUM, da tredici stelle a sei punte e dalla data. Sul diadema vi è la legenda LIBERTY.
Incisore: l’inglese George Thomas Morgan; la modella che egli ritrasse come la Libertà fu Anna Willess Williams (notizia riportata dal New York Times del 14 agosto 1879).
Cliccate sull’immagine per ingrandirla
L’emissione venne autorizzata il 28
febbraio 1878 con il Bland-Allison Act; con la stessa legge il
Dipartimento del Tesoro fu autorizzato ad acquistare l’argento per
produrre le nuove monete, per un valore mensile che oscillava dai 2 ai 4
milioni di dollari.
Questo suscitò grande attesa per la nuova moneta, tanto che il Cincinnati Commercial scrisse:
Questo suscitò grande attesa per la nuova moneta, tanto che il Cincinnati Commercial scrisse:
Non vogliamo un dollaro d’argento coniato per Wall Street, ma un dollaro d’argento coniato per la gente, un dollaro per la Valle del Mississippi, con su un’aquila la cui ala destra planerà su Washington e la sinistra spazzerà la polvere lungo le strade di San Francisco, mentre la coda si estenderà fino alla Baia di Hudson.
Il primo dollaro Morgan venne coniato a Philadelphia alle 15.17 dell’11 marzo 1878.
Si tenga presente che le prime 750.000 monete coniate a Philadelphia nel 1878 presentano otto piume nella coda dell’aquila, ma nella realtà le penne della coda delle aquile sono in numero dispari; quindi Henry Linderman, direttore della US Mint, fece modificare i conii, riducendo a sette il numero delle penne. I conii con otto penne vennero modificati cancellando l’ottava; ma in diversi conii questa modifica non riuscì perfettamente: esistono monete con sette penne nelle quali è ancora visibile la traccia della penna cancellata. Oggi sono particolarmente ricercate.
Si tenga presente che le prime 750.000 monete coniate a Philadelphia nel 1878 presentano otto piume nella coda dell’aquila, ma nella realtà le penne della coda delle aquile sono in numero dispari; quindi Henry Linderman, direttore della US Mint, fece modificare i conii, riducendo a sette il numero delle penne. I conii con otto penne vennero modificati cancellando l’ottava; ma in diversi conii questa modifica non riuscì perfettamente: esistono monete con sette penne nelle quali è ancora visibile la traccia della penna cancellata. Oggi sono particolarmente ricercate.
Nonostante la grande aspettativa
creatasi per la nuova moneta, il fatto che l’incisore fosse inglese
raffreddò l’entusiasmo di molti. Ad esempio l’American Journal of Numismatics scrisse:
La lunga linea di mostruosità prodotte dalla US Mint certamente riceve la sua corona con il nuovo dollaro. La bruttezza del pezzo aggiunge un altro torto alla disonestà originale: aver chiamato un incisore europeo per disegnarlo.
Invece il già citato Cincinnati Commercial affermò:
Non possiamo dire che l’arte di questa moneta ci riempia di gioia. L’aquila, capiamo bene, è disegnata da un inglese; dovremmo pensare così, anche, dalle apparenze. Non sembra fatta per assomigliare all’uccello della nostra terra, in effetti abbiamo paura che “la cosa” sia piuttosto un “british grouse” (gallo cedrone, ndt).
In ogni caso gli americani dell’est
tendevano a snobbare la nuova moneta perché più abituati all’uso delle
banconote, mentre il dollaro Morgan fu ben accetto negli stati del sud,
soprattutto da parte dei neri: gli ex schiavi non si fidavano troppo
della cartamoneta. Lo stesso avvenne nel west, dove la fiducia nei
biglietti cartacei era molto bassa; inoltre le miniere d’argento erano
tutte in quei territori (soprattutto in Nevada) e la produzione del
Morgan faceva bene alla loro economia.
Il dollaro Morgan fu coniato dal 1878 al
1904, e poi di nuovo nel 1921. In totale ne sono stati prodotti più di
657.000.000 di pezzi per la circolazione da cinque zecche differenti,
oltre a 22.800 pezzi in versione proof (tutti coniati nella
zecca di Philadelphia). Buona parte delle monete coniate non entrarono
mai in circolazione, ma rimasero nei caveau del Tesoro, in quanto
fungevano da copertura metallica dei biglietti cartacei (i Silver
Certificates convertibili in argento); per questa ragione in alcune
zecche (soprattutto a New Orleans) si prestava scarsa attenzione alla
qualità delle monete coniate. Parte delle monete mai entrate in
circolazione vennero poi vendute al pubblico tra il 1962 e il 1964.
Per conoscere il valore delle monete di circolazione appartenenti alle annate più comuni e in non perfetta conservazione, cliccate qui. Di seguito, i segni di zecca e le singole tirature:
senza segno di zecca (ssz): Philadelphia;
CC: Carson City;
O: New Orleans;
S: San Francisco.
CC: Carson City;
O: New Orleans;
S: San Francisco.
|
ssz
|
CC
|
O
|
S
|
|
|
1878
|
750.000 (8 piume)
9.759.550 (7 piume) |
2.212.000
|
–
|
9.744.000
|
|
1879
|
14.807.100
|
756.000
|
2.887.000
|
9.110.000
|
|
1880
|
12.601.335
|
591.000
|
5.305.000
|
8.900.000
|
|
1881
|
9.163.975
|
296.000
|
5.708.000
|
12.760.000
|
|
1882
|
11.101.100
|
1.133.000
|
6.090.000
|
9.250.000
|
|
1883
|
12.291.039
|
1.204.000
|
8.725.000
|
6.250.000
|
|
1884
|
14.070.875
|
1.136.000
|
9.730.000
|
3.200.000
|
|
1885
|
17.787.767
|
228.000
|
9.185.000
|
1.497.000
|
|
1886
|
19.963.886
|
–
|
10.710.000
|
750.000
|
|
1887
|
20.290.710
|
–
|
11.550.000
|
1.771.000
|
|
1888
|
19.183.833
|
–
|
12.150.000
|
657.000
|
|
1889
|
21.726.811
|
350.000
|
11.875.000
|
700.000
|
|
1890
|
16.802.590
|
2.309.041
|
10.701.000
|
8.230.373
|
|
1891
|
8.694.206
|
1.618.000
|
7.954.529
|
5.296.000
|
|
1892
|
1.037.245
|
1.352.000
|
2.744.000
|
1.200.000
|
|
1893
|
378.792
|
677.000
|
300.000
|
100.000
|
|
1894
|
110.972
|
–
|
1.723.000
|
1.260.000
|
|
1895
|
–
|
–
|
450.000
|
400.000
|
|
1896
|
9.967.762
|
–
|
4.900.000
|
5.000.000
|
|
1897
|
2.822.731
|
–
|
4.004.000
|
5.825.000
|
|
1898
|
5.884.735
|
–
|
4.440.000
|
4.102.000
|
|
1899
|
330.846
|
–
|
12.290.000
|
2.562.000
|
|
1900
|
8.880.938
|
–
|
12.590.000
|
3.540.000
|
|
1901
|
6.962.813
|
–
|
13.320.000
|
2.284.000
|
|
1902
|
7.994.777
|
–
|
8.636.000
|
1.530.000
|
|
1903
|
4.652.755
|
–
|
4.450.000
|
1.241.000
|
|
1904
|
2.788.650
|
–
|
3.720.000
|
2.304.000
|
Il 23 aprile 1918 il Pittman Act
autorizzò la rifusione di 350.000.000 di dollari Morgan. Le monete
effettivamente rifuse furono 270.232.722, ovvero il 47% di quelle
coniati fino ad allora; non è mai stato comunicato il numero di monete
rifuse per ogni data. L’argento di 259.121.554 dollari fu poi venduto
alla Gran Bretagna al prezzo di un dollaro per ogni oncia, più il valore
del rame contenuto nelle monete e il costo di trasporto.
Ma dopo appena tre anni ci si rese conto che dopo la rifusione non c’erano più monete in argento sufficienti a coprire il valore dei biglietti cartacei e così si decise di coniare nuovi dollari Morgan, da produrre esclusivamente con argento acquistato da compagnie minerarie statunitensi. I conii originali erano stati distrutti nel 1910, quindi se ne incisero di nuovi utilizzando come modello alcune monete del 1878; le monete datate 1921 presentao un conio più basso e piatto. Per la prima volta i Morgan vennero coniati anche a Denver; queste le tirature del 1921 in dettaglio:
Ma dopo appena tre anni ci si rese conto che dopo la rifusione non c’erano più monete in argento sufficienti a coprire il valore dei biglietti cartacei e così si decise di coniare nuovi dollari Morgan, da produrre esclusivamente con argento acquistato da compagnie minerarie statunitensi. I conii originali erano stati distrutti nel 1910, quindi se ne incisero di nuovi utilizzando come modello alcune monete del 1878; le monete datate 1921 presentao un conio più basso e piatto. Per la prima volta i Morgan vennero coniati anche a Denver; queste le tirature del 1921 in dettaglio:
- Philadelpia (ssz): 44.690.000
- Denver (D): 20.345.000
- San Francisco (S): 21.695.000
Pochi mesi dopo il dollaro Morgan venne sostituito dal Peace dollar.
venerdì 2 ottobre 2015
Le 500 lire Caravelle in argento
Durante la sua esistenza, la Repubblica
Italiana ha emesso finora solo due nominali in argento destinati alla
circolazione: le 1.000 lire Roma Capitale di cui abbiamo già parlato
e le 500 lire. Di quest’ultimo valore vennero coniate due commemorative
(100° dell’unità d’Italia nel 1961 e 700° della nascita di Dante
Alighieri nel 1965) che affiancarono il tipo ordinario.
Quest’ultimo, coniato a partire dal 1958, è denominato “Caravelle” per via del disegno del dritto, in cui compaiono tre caravelle. Questa moneta è in argento 835 e pesa 11 grammi: ne consegue che ogni moneta contiene 9,185 grammi di argento fino. Il diametro è di 29 millimetri, mentre gli assi sono alla francese.
Quest’ultimo, coniato a partire dal 1958, è denominato “Caravelle” per via del disegno del dritto, in cui compaiono tre caravelle. Questa moneta è in argento 835 e pesa 11 grammi: ne consegue che ogni moneta contiene 9,185 grammi di argento fino. Il diametro è di 29 millimetri, mentre gli assi sono alla francese.
Al dritto, come già detto, sono
raffigurate tre caravelle con la prua rivolta a destra e le punte delle
bandiere verso la prua. Intorno a questo disegno vi è la legenda
REPVBBLICA ITALIANA. Sotto le caravelle vi è l’indicazione del valore
(L. 500) e, in basso, il segno di zecca (R). Il conio di questo lato è
stato inciso da Guido Veroi, anche se originariamente il compito era
stato affidato a Pietro Giampaoli (l’autore del rovescio), che scelse di
raffigurarvi una rosa, ma il fiore non si adattava allo stile e al
messaggio che si voleva affidare alla moneta. Così il compito passò a
Guido Veroi, che scelse le tre caravelle per simboleggiare la rinascita
economica dell’Italia di quegli anni.
Al rovescio, invece, si può ammirare un busto di donna in abiti rinascimentali; la modella è Letizia Savonitto, moglie dell’incisore Pietro Giampaoli, autore di questo lato della moneta. Il busto di donna è circondato dagli stemmi di diciannove tra regioni o capoluoghi di regione (il busto copre alcuni stemmi, che quindi sono irriconoscibili). In basso indicazione dell’autore (GIAMPAOLI). Gli stemmi fanno riferimento alle seguenti regioni o capoluoghi di regione (partendo dal basso verso sinistra): Genova, Torino, Aosta, Milano, Trento, Venezia, Trieste e Udine, Bologna, Firenze, Ancona, Perugia, Roma, L’Aquila, Napoli, Bari, Potenza, Catanzaro, Sicilia e Cagliari. È assente il Molise perché questa regione venne istituita solo nel 1963.
Al rovescio, invece, si può ammirare un busto di donna in abiti rinascimentali; la modella è Letizia Savonitto, moglie dell’incisore Pietro Giampaoli, autore di questo lato della moneta. Il busto di donna è circondato dagli stemmi di diciannove tra regioni o capoluoghi di regione (il busto copre alcuni stemmi, che quindi sono irriconoscibili). In basso indicazione dell’autore (GIAMPAOLI). Gli stemmi fanno riferimento alle seguenti regioni o capoluoghi di regione (partendo dal basso verso sinistra): Genova, Torino, Aosta, Milano, Trento, Venezia, Trieste e Udine, Bologna, Firenze, Ancona, Perugia, Roma, L’Aquila, Napoli, Bari, Potenza, Catanzaro, Sicilia e Cagliari. È assente il Molise perché questa regione venne istituita solo nel 1963.
Di questa moneta è particolarmente
famosa la versione di prova che aveva le bandiere rovesciate, ovvero
rivolte verso la poppa delle caravelle. Le monete di prova vennero date
in omaggio a esponenti di spicco dell’epoca e ai parlamentari: di fatto
non circolarono. Sono datate 1957 e, oltre all’orientamento delle
bandiere, sono diverse le croci sulle vele e l’altezza dell’albero di
mezzana; inoltre la scritta sul contorno è REPUBBLICA anziché
REPVBBLICA. Ufficialmente ne vennero coniati 1.004 esemplari, tuttavia
nel corso di indagini svolte dalla Guardia di Finanza venne accertato
che i pezzi coniati furono molto probabilmente più di 2.200.
Dopo alcune polemiche, si scelse di
modificare l’orientamento delle bandiere sulle monete destinate alla
circolazione. Di seguito sono elencate le tirature delle 500 lire
Caravelle prodotte nei singoli anni. Il totale di monete destinate alla
circolazione fu di 97.840.000 pezzi.
1958: 24.240.000
1959: 19.360.000
1960: 24.080.000
1961: 6.560.000
1964: 4.880.000
1965: 3.120.000
1966: 13.120.000
1967: 2.480.000
1959: 19.360.000
1960: 24.080.000
1961: 6.560.000
1964: 4.880.000
1965: 3.120.000
1966: 13.120.000
1967: 2.480.000
Questa moneta venne coniata anche dal 1968 al 1970 e poi dal 1980 al 2001, ma solo per le confezioni della zecca.
Dal 1985 al 2001 venne prodotta anche la versione fondo specchio (proof), sempre per le confezioni riservate ai collezionisti; le tirature variano dagli 8.000 ai 17.500 pezzi.
Dal 1985 al 2001 venne prodotta anche la versione fondo specchio (proof), sempre per le confezioni riservate ai collezionisti; le tirature variano dagli 8.000 ai 17.500 pezzi.
sabato 19 settembre 2015
In Danimarca c’era un concessionario Fiat abbandonato dal 1981, vendute macchine d’epoca all’asta
C’è chi già in tempi non sospetti ha dovuto subire questo avvenimento
negativo: è lui il protagonista della storia, il concessionario
danese della Fiat Jens Sorensen, che nel 1981 ha dovuto abbassare le
serrande della sua attività che non andava più bene. Il problema di Jens
non era l’ici da pagare bensì un mercato in declino che lo ha portato al punto di dover chiudere la sua attività.
Fino a qui nulla di strano se non fosse che dal allora la bellezza di 200 vetture Fiat giacciono abbandonate all’interno della struttura. Tutte le vetture sono state conservate in questi anni in maniera maniacale: decine e decine di vetture in condizioni davvero encomiabili e perfette.
L’attività, di cui oggi è rimasto solo il magazzino con all’interno delle 200 auto, si trovava a Kolding, in Danimarca, era di proprietà di Jens Sorensen che, una volta chiusa l’attività, per motivi non conosciuti, non vendette le automobili che acquistò fra il 1973 ed il 1981.
La maggior parte dei modelli in realtà sono di seconda mano ma alcune ancora, dopo tanti anni, avevano all’interno le pellicole protettive nei sedili (giusto per dare un idea sullo stato ottimale di conversazione delle auto).
Alla base della chiusura dell’attività una comunicazione che a suo tempo lo spiazzò: la Fiat Danimarca gli chiese di decidere se continuare a vendere mezzi pesanti o rimanere legato al mondo delle automobili classiche.
A suo tempo Sorensen decise di puntare sui mezzi pesanti abbandonando del tutto il mercato delle automobili e chiudendo l’attività nel 1981. Tutte le automobili vennero abbandonate che solo a distanza di anni sarebbero tornate a vedere la luce e a rombare come ai vecchi tempi.
Morto Jens Sorensen, un suo erede, scoperto di possedere la bellezza di 200 automobili Fiat d’epoca, decise di organizzare un’asta per mettere in vendita le automobili d’epoca: si presentarono tanti collezionisti che riuscirono ad acquistare delle auto d’epoca pagandole pochi soldi rispetto al reale valore dei veicoli.
Come potrete vedere nelle immagini che vi riportiamo sono presenti sia Fiat 127, 128, 131, Ritmo, Fiat 500 ma anche, ad esempio, una Renault 4, una Bianchina Cabrio ed una NSU Prinz.
Le auto sono state vendute da un minimo di 250 euro fino ad un massimo, come nel caso della Lancia Beta, a 6.500 euro.
fonte : curiositaeperche.it
Fino a qui nulla di strano se non fosse che dal allora la bellezza di 200 vetture Fiat giacciono abbandonate all’interno della struttura. Tutte le vetture sono state conservate in questi anni in maniera maniacale: decine e decine di vetture in condizioni davvero encomiabili e perfette.
L’attività, di cui oggi è rimasto solo il magazzino con all’interno delle 200 auto, si trovava a Kolding, in Danimarca, era di proprietà di Jens Sorensen che, una volta chiusa l’attività, per motivi non conosciuti, non vendette le automobili che acquistò fra il 1973 ed il 1981.
La maggior parte dei modelli in realtà sono di seconda mano ma alcune ancora, dopo tanti anni, avevano all’interno le pellicole protettive nei sedili (giusto per dare un idea sullo stato ottimale di conversazione delle auto).
Alla base della chiusura dell’attività una comunicazione che a suo tempo lo spiazzò: la Fiat Danimarca gli chiese di decidere se continuare a vendere mezzi pesanti o rimanere legato al mondo delle automobili classiche.
A suo tempo Sorensen decise di puntare sui mezzi pesanti abbandonando del tutto il mercato delle automobili e chiudendo l’attività nel 1981. Tutte le automobili vennero abbandonate che solo a distanza di anni sarebbero tornate a vedere la luce e a rombare come ai vecchi tempi.
Morto Jens Sorensen, un suo erede, scoperto di possedere la bellezza di 200 automobili Fiat d’epoca, decise di organizzare un’asta per mettere in vendita le automobili d’epoca: si presentarono tanti collezionisti che riuscirono ad acquistare delle auto d’epoca pagandole pochi soldi rispetto al reale valore dei veicoli.
Come potrete vedere nelle immagini che vi riportiamo sono presenti sia Fiat 127, 128, 131, Ritmo, Fiat 500 ma anche, ad esempio, una Renault 4, una Bianchina Cabrio ed una NSU Prinz.
Le auto sono state vendute da un minimo di 250 euro fino ad un massimo, come nel caso della Lancia Beta, a 6.500 euro.
fonte : curiositaeperche.it
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